Partisan

Un racconto a metà strada tra la favola nera e il pamphlet politico. Ottima la prova di Vincent Cassel

24 Agosto 2015
3/5
Partisan

C’è qualcosa di inedito in Partisan, film d’esordio dell’australiano Ariel Kleiman (premiato per la sceneggiatura dal Sundance), che deriva non tanto dalla sua originalità ma piuttosto dal suo essere desueto, come certe parole che siccome non si sentono da lungo tempo sembrano nuove.
Siamo in presenza di un pamphlet politico che stigmatizza il rischio delle società chiuse – la facilità con cui possono diventare totalitarie – come quelli che si vedevano negli anni ’70, sulla scorta delle distopie letterarie da guerra fredda. Qui c’è Orwell e il lavaggio del cervello di 1984; Goldin e i bambini che giocano alla guerra de Il signore delle mosche, Dick e la catastrofe di ogni disegno palingenetico de Il mondo che Jones creò e di Redenzione immorale.

L’ ottimo Vincent Cassel è una sorta di pifferaio magico che convince un esercito di madri e di figli a seguirlo in una città-bunker ricavata tra le rocce di un altipiano qualunque di una città sconosciuta in un tempo imprecisato. Tutti parlano inglese, ma hanno nomi slavi e nulla denota effettivamente alcunché. Il pifferaio Cassel, che sfodera una performance tanto sublime quanto ributtante, convince i suoi ospiti che là fuori c’è un mondo marcio, violento, che non vede l’ora di fargli del male. Le donne, madri-sole presumibilmente vittime di abusi, non hanno bisogno di troppe parole per essere convinte e accettano il pifferaio come guru, amante, protettore e padrone. Con i bambini il gioco è anche più facile: la maggior parte di loro è stato preso in età prepuberale e non ha conosciuto altro mondo che quello offertogli dal loro “padre” e maestro.
Tutti sembrano andare d’amore e d’accordo ma non è così, perché il guru è un “para-guru” (Dagospia ha traviato anche noi, sic!) e si serve dei propri protetti per fini più oscuri – ogni tanto qualcuno viene mandato là fuori per “sistemare” i nemici – e perché a un certo punto fa l’errore imperdonabile di far entrare nel proprio regno un giovane neofita ribelle, che ne minerà l’autorevolezza compromettendone l’autorità.

Come tutti i film a tesi anche Partisan denuncia una rigidità narrativa e una certa carenza psicologica (soprattutto nella controparte femminile), non avendo (non potendo, essendo “a tesi”) quell’elemento d’imprevedibilità che insaporisce normalmente la vita. Kleiman è abile però a costruire e a mantenere la suspense nascondendo allo spettatore quante più informazioni può sulla storia, senza per questo intaccarne la comprensione.
L’ altromondo ricreato dal film non è privo di fascino e la partitura di Oneohtrix Point Never, un mix di elettronica e di pop music anni ’80, conferisce ulteriori accenti di ambiguità.
Inquietante la maschera anaffettiva del giovane Jeremy Chabriel.
La storia è ispirata a un articolo del NYT sulla compravendita di bambini assassini in Colombia. Il tema dell’innocenza violata restituisce così all’operazione quell’attualità che il messaggio politico da solo non avrebbe giustificato.

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