Nour

Maurizio Zaccaro porta sullo schermo la storia del medico Pietro Bartolo. Lampedusa, i migranti, un film di grande umanità, che però non convince del tutto. Al TFF37 in Festa Mobile

24 Novembre 2019
2,5/5
Nour

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà economica, politica e sociale”. Questo è l’articolo 2 della Costituzione italiana, a cui Maurizio Zaccaro aveva dedicato il titolo del suo omonimo film del 1994 (L’articolo 2).

Già allora il regista di Milano si era interrogato sulla questione dei migranti. La vita di un algerino veniva sconvolta dall’arrivo della sua seconda moglie e dei tre figli. L’Italia non accetta la bigamia, e negava alla donna il permesso di soggiorno. L’intelligenza di Zaccaro era di affrontare il problema prima di tutto sotto il profilo culturale.

Venticinque anni dopo il discorso prosegue con Nour. Lampedusa, le strutture di primo soccorso, la disperazione di chi sbarca e di chi accoglie. Una piccola guerra quotidiana, vista con gli occhi del medico Pietro Bartolo (oggi eurodeputato), un eroe che lavora “nell’ultimo lembo di terra italiana”, come si sente alla radio. Il film è tratto dal romanzo Lacrime di sale: la mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza, dove Bartolo racconta i decenni passati ad assistere, a curare e ad “aspettare”. Lo ripete Sergio Castellitto che lo interpreta, lo scrive lui nel suo romanzo. Bartolo è anche stato un personaggio cardine di Fuocoammare di Gianfranco Rosi.

Zaccaro non perde la sua anima militante, analizza i paradossi dell’Italia (come aveva già fatto in Un uomo perbene), si confronta con i temi più spinosi. Cerca di trovare la sincerità in un mondo immerso nel cinismo e nella burocrazia. Nour è molto ambizioso. A metà strada tra documentario e finzione, mettendo davanti alla macchina da presa anche la gente di Lampedusa. Le intenzioni sono encomiabili, in un racconto di grande umanità.

Ma il respiro non è quello del cinema. Sembra più un’opera televisiva, destinata alla prima serata. Non si avverte la tensione del grande schermo, e alcuni passaggi privilegiano la retorica. A brillare è Castellitto, schiacciato tra dolore e senso del dovere. La sua missione è rintracciare la madre di una piccola siriana chiamata Nour. La prende a casa sua, la tratta come una figlia. In fondo si comporta un po’ come un padre, che accudisce tutti quei disgraziati venuti da lontano.

In una sequenza siamo al cimitero, e lui indica un piccolo gruppo di croci senza nome. Vicino svetta un cartello, ignorato da molti, che invita la gente a non abbandonare i rifiuti tra quelle tombe. La tragedia si somma alla tragedia. E forse alla fine sembra davvero che Bartolo/Castellitto abbia ragione quando dice a un militare: “Le assicuro che anche applicando le regole qui è un casino lo stesso”. L’identità dell’Italia si riflette in un’isola “di confine”, e ne esce sconfitta. In un film che avrebbe meritato molto di più.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy