Notti magiche

Il film sul glorioso cinema italiano che fu di Paolo Virzì non va: empatia al lumicino, esplorazione incerta, attori sopra le righe. Peccato

27 ottobre 2018
2/5
Notti magiche

Italia ’90, quella dei Mondiali. Il 3 luglio la Nazionale viene sbattuta fuori ai rigori dall’Argentina in semifinale, mentre un noto produttore cinematografico, Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), viene ripescato dal Tevere. Morto.

I principali sospetti sono tre giovani sceneggiatori finalisti al premio Solinas: il meridionale, colto e affettato quanto ingenuo Antonino Scordia (Mauro Lamantia), il toscanaccio bramoso Luciano Ambrogi (Giovanni Toscano), l’abbiente e problematica Eugenia Malaspina (Irene Vetere). Cogliere qualche assonanza con i tre al tavolo di scrittura, Francesco Piccolo, lo stesso Virzì e Francesca Archibugi, non è puramente causale, anzi.

Comunque sia, questi tre “omologhi” finzionali si trovano davanti ai Carabinieri – il Capitano è Paolo Sassanelli – per chiarire la propria posizione: che han fatto in quella notte, e nei giorni a ridosso? Occasione buona, almeno nelle intenzioni, per ripercorrere quella che gli autori definiscono “l’ultima stagione gloriosa, nello splendore e nelle miserie, del Cinema Italiano”, popolata da una teoria di maestri, discepoli, cortigiani e affaristi (nonché ministri): Fulvio Zappellini, ovvero Furio Scarpelli (Roberto Herlitzka); il maestro Pontani, alias Antonioni (Ferruccio Soleri); il grande Ennio, ovvero De Concini (Paolo Bonacelli); l’avvocatessa, ossia Giovanna Cau (Ludovica Modugno); Ornella Muti, che si presta alla diva Federica; Federico Fellini, sul set – il suo ultimo – de La voce della luna.

A portarci tra speranza e delusione, illusione e frustrazione, magheggi e maneggi sono i tre aspiranti scribacchini, che cercano un posto al sole, sebbene un posto da negro sia il massimo, parrebbe, che offre il convento, e conventicole annesse. E che ne è stato di Leandro, che avrebbe dovuto produrre lo script premiato di Antonino per la regia – udite, udite – di Fellini?

A parte che 125 minuti sono troppi e stracchi, Notti magiche non tiene fede al titolo che s’è scelto: il crepuscolo degli dei, e la presentazione al tempio dei neofiti, è officiato con scarsa empatia, il giochino del “chi è chi?” tiene fino a un certo punto, l’esplorazione del microcosmo è esclusiva e incerta, al più. Dove si vuole andare a parare, che cosa si vuol rivangare, se non celebrare? Nello specifico, l’abbandono al Cinema Italiano o – il tutto incarnato nella parabola dei tre – l’abbandono del Cinema Italiano?

E’ Notti magiche un punto interrogativo, forsanche i tre puntini di sospensione: gli attori, e per un maestro di direzione qual è Virzì una prima assoluta, sono tutti un’ottava sopra, la bussola poetica reticente se non smarrita, è tanto rumore per nulla, forse rumore bianco, che ottunde la consueta vivezza, genuinità, passionalità del cinema di Paolo.

Qui immaginario e autobiografia si prendono a strattoni, l’egocentrismo (ritorto) in scrittura prende il sopravvento, e lo spleen prende di posticcio: Leandro ci scusi, ma c’importa altro, che fine ha fatto il Virzì che conosciamo? Non è un film non riuscito, Notti magiche, perché non s’intravvede l’obiettivo mancato: è un film sbagliato. Capita.

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