Non è un paese per vecchi

I Coen tornano Coen, con i superlativi Bardem e Lee Jones. Grande film, ma inferiore al libro di McCarthy

22 Febbraio 2008
Non è un paese per vecchi
Javier Bardem in
Non è un paese per vecchi

Bentornati Coen. Dopo le “commedie secche” Ladykillers, Prima ti sposo, poi ti rovino, Joel ed Ethan tornano fratelli in Non è un paese per vecchi. Dal romanzo capolavoro di Cormac McCarthy, portano sullo schermo un western-metropolitano e un monito: la fine è vicina. Il sogno americano – dicono con McCarthy – è in frantumi, per un ultimo pugno di dollari. Un pugno che squassa gli orizzonti afosi della nuova, vecchia Frontiera, tra serial killer in caschetto, sceriffi in prepensionamento dall’ottimismo, cowboy baciati dalla (s)fortuna e narcotrafficanti messicani.
Attori strepitosi (Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Josh Brolin) per dare carne e ossa, il sangue lo mettono i Coen, alternando al rosso il nero humour, sporcando le immagini di violenza e ripulendole con efferata ironia. Sono bravi i fratelli, molto bravi, probabilmente la spunteranno su tutti agli 80esimi Academy Awards, e con merito.
Ma in sala il loro Paese sarà abitato con qualche rimpianto da chi ha letto il romanzo. Non è una novità, anzi è un luogo trito delle trasposizioni. Ma in questo caso, acquista interesse perché ci troviamo di fronte a ottime pagine e quasi ottimo audiovisivo. Ma diverso.
Che fanno i Coen? Prendono il libro di McCarthy – autore culto per pochi, almeno fino allo sdoganamento televisivo chez Oprah Winfrey del suo La strada – da un lato, e dall’altro ricorrono a ciò che, almeno nella prima parte della loro carriera, li ha resi giustamente celebri: ironia, simulacro e straniamento, spesso, non sempre, in cornice postmoderna. Pilastri poetico-formali che ritroviamo tutti, compreso il postmoderno – gli eighties ondivaghi e sfalsati -, ma anneriti, sveltiti e resi ineluttabili dall’ascissa western e dall’ordinata action. Sono questi i Coen migliori, grandi direttori d’attori, altrettanto bravi a scegliere i contributi tecnici – poderosa la fotografia del sodale Roger Deakins – e a gestire il meccano narrativo, dosando pathos, frenesia e finitudine a livelli d’eccellenza.
Sconfitti, invece, escono dal confronto con McCarthy, soprattutto per quanto, del materiale di partenza, hanno prediletto. Del No Country for Old Men cartaceo, si sfumano le differenze tra i protagonisti: a ognuno un’equa razione di vis ironica, che trastulla il film, ma insieme dispensa un effetto flou. Se non i caratteri, si omogeneizza il carattere: fedeli a tante battute di McCarthy, i Coen decidono consapevolmente di travisarne lo spirito guida, ovvero la riflessione potente e dolente sul grado zero dell’essere americano. Un ontologia in liquida e ineluttabile deriva, di quel pessimista con (poca) speranza che McCarthy è. E che i Coen rifiutano di seguire, ovvero di adattare, stralciandone quasi il cantore, il coro solista del vecchio sceriffo, commentatore sfranto e disarmato di un mondo orfano pure di tragedia. Siamo sicuri che per la riduzione (ad nihilum?) dei Coen Non è un paese per vecchi sia ancora un titolo evocativo, se non legittimo?

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