Nine

Rob Marshall ruba il titolo a Broadway ma rifà in musical (e a suo modo) l'8 ½ di Fellini. Film ambizioso e sconcertante

20 Gennaio 2010
2/5
Nine
Nine

Che Rob Marshall metta le mani avanti (“Non è un remake di 8 ½, tutt’al più rifà il musical ispirato a quel film”) è scontato, persino giusto. Quale regista vorrebbe essere giudicato col metro del capolavoro felliniano? Eppure di Nine – che ruba, sì è vero, il titolo al musical di Arthur L. Kopit, ma sembra avere più di un debito con l’opera del maestro riminese – nulla si può dire se non evocando anche il suo fantasma di celluloide. E non per sottolinearne lo scompenso estetico, l’asimmetria stilistica. Ma per tracciarne l’intenzione ideologica, l’ambizione, il limite e l’equivoco.
Se l’opera di Fellini era la mise en abyme del suo universo poetico – un film di Fellini sul modo in cui Fellini concepiva i film – e il musical di Broadway la versione folies bergere dell’onirismo felliniano, Nine di Marshall sta in mezzo e forse con nessuno dei due. La quinta teatrale, la performance coreutica ne costituiscono certamente il nucleo, ma il filo che tiene insieme i vari, non sempre riusciti, numeri musicali, proviene senza dubbio dal gomitolo drammaturgico di 8 ½. Già per il fatto di avere una storia che il musical di Broadway non aveva. E di presentare – oltre il decalco meramente nominale dei protagonisti (che si chiamano, come in Fellini, Guido, Carla, Luisa, etc…) e di alcune situazioni (la sequenza sulla spiaggia che vede i bambini accorrere da Saraghina ad esempio) – la medesima sostanza narrativa: raccontare, pur con modalità diverse, la crisi di un’artista incapace di ispirazione e dei compromessi – produttivi, culturali, personali – atti a realizzarla.
Per farlo Marshall non ha a disposizione però l’alter-ego perfetto, l’osmosi artistica e personale che caratterizzava il rapporto di Fellini con Marcello Mastroianni. Deve ricorrere perciò a un grande attore come Daniel Day-Lewis, bravo ma mai completamente assimilabile al demiurgo, come un metallo ostinato che mal si piega alla volontà del fabbro. Il Guido Contini di Day-Lewis non è quello di Marshall. La biforcazione è culturale, istintitiva. La sensibilità fanfarona e un pò frivola del regista cozza con l’intensità quasi tragica del personaggio/attore. Se era questa la scommessa – risolvere in musical le idiosincrasie poetico-esistenziali dell’autore – allora Marshall l’ha persa.
Lo fa esibendo uno sfarzo scenografico e recitativo (gran cast: da Penelope Cruz a Judi Dench, da Marion Cotillard a Nicole Kidman, più i vari camei italiani, come quelli della Loren e di Ricky Tognazzi) rintronante più che seducente. Azzeccando qualche numero – impressionante la performance alle corde della Cruz – ma travisandone la cornice – la dolce vita italiana tanta stigmatizzata da Fellini qui è ridicola cartolina, a uso e consumo del pubblico americano – peccando soprattutto di squilibrio. Il problema non è se il musical sia la migliore confezione possibile per il contenuto di 8 ½, quanto l’inversione di forma e sostanza: la storia pare costruita attorno ai suoi brani e balli, non vivecersa. L’approssimazione narrativa, persino la sua superficialità, è evidente.
Come lampante è il radicale ribaltamento dell’intenzione felliniana: se il Guido di 8 ½ soffre di un deficit ispirativo, perso nelle secche dell’immaginazione (riscattate dalla grandeur visionaria del maestro), quello di Nine pecca più che altro di bulimia creativa, riflessa puntualmente nel disordine affettivo dei troppi stimoli e delle tante amanti. Il suo problema non è ritrovare il seme della creazione ma dare a questa un ordine, assegnando un posto preciso, un senso, alle sue proliferanti avvisaglie. La guarigione (creativa, esistenziale) di Guido non avverrà finchè le sue energie non saranno catalizzate nel supremo schema normo-regolatore. Ad attestare la supremazia del sistema produttivo americano su ogni altro. La rivincita del copione sull’immaginazione. Che è sempre una posizione discutibile. Quando non addirittura sconcertante se affidata – come in questo caso – a una teoria deficitaria dell’uno e dell’altra.

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