Next Door

Alla Berlinale l'esordio alla regia di Daniel Brühl: tra metacinema e revenge movie sociologico, una bella sorpresa. In Concorso

4 Marzo 2021
3,5/5
Next Door
Next Door (Nebenan) © Reiner Bajo

C’è vicino e vicino. C’è porta accanto e porta accanto. A ribaltare prossimità e aspettative ci pensa Daniel Brühl, uno dei pochi attori tedeschi a essersi costruito un carriera internazionale, che esordisce alla regia con Next Door: in concorso alla Berlinale 2021, è una bella sorpresa.

Scritto da Danniel Kehlmann, interpretato da Brühl con Peter Kurth, e poi Rike Eckermann, Aenne Schwarz, Gode Benedix, Vicky Krieps, Nebenan (titolo originale) è un Kammerspiel al bancone, ovvero ambientato in un bar: lì la star del cinema Daniel (Brühl) incontra fortuitamente il vicino Bruno (Kurth) e scopre come questi conosca della sua vita più di quanto vorrebbe sapere. Il potere è alla parola, ci sono echi di Polanski (Carnage) e Tarantino (tutto o quasi), mentre il versante del film sul cinema, ovvero su un attore, è esplicitamente debitore di Birdman di Inarritu, complice la batteria che sentiamo di tanto in tanto. Molto, moltissimo è richiesto agli interpreti, e sia Brühl che Kurth se la cavano alla grande, di più, alla grandissima.

Ambientato nel quartiere berlinese Prenzlauer Berg , dove Daniel vive con moglie attrice premio Oscar, figli e tata in un loft fighetto assai, il film s’avvia in medias res: l’attore sta per prendere un aereo per Londra, dove lo aspetta un casting per il ruolo di un supereroe in una mega produzione americana, al bar che frequenta abitualmente trova il vicino Bruno, dimesso ma non domo, una vittima della riunificazione e ora anche della gentrificazione di Berlino Est. L’uomo aspettava questo momento da tempo, la tela è stata tessuta, ora Bruno giocherà con Daniel come il gatto col topo, ma le variazioni sullo spartito (c’è di mezzo anche un film su Beethoven), ovvero sul copione, non sono peregrine.

Un revenge movie eterodosso, con voltaggio sociale (e sociologico) e spin cinematografico (e meta), in cui gli ultimi saranno i primi, o forse no, scritto con sapienza, recitato con gusto, che fa delle vite degli altri pas de deux: la vita dell’altro, l’attore e il suo doppio, pardon, vicino.

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