Mowgli – Il figlio della giungla

Andy Serkis guarda al romanzo di Kipling: una lunga ricerca interiore a cui manca però ritmo ed energia. Disponibile su Netflix

7 gennaio 2019
2/5
Mowgli – Il figlio della giungla

Probabilmente Andy Serkis si aspettava qualcosa di diverso per il suo film tratto dal Libro della giungla di Rudyard Kipling (e non dal classico Disney): doveva essere una grande produzione Warner e competere magari per i posti alti del box-office.

Ma quando la major ha visto il film, “più serio e oscuro degli altri adattamenti” come ha dichiarato lo stesso autore, ha ceduto la distribuzione a Netflix, anche a causa del recente live-action Disney e del suo successo planetario.

Il film segue appunto la traccia romanzesca, narrando la storia del bambino del titolo, cresciuto nella giungla e allevato dagli animali che deve difendersi dai pericoli della natura, soprattutto la tigre Shere Khan che gli ha ucciso i genitori, e scoprire quali siano le sue vere radici: quelle del sangue umano che lo hanno generato o quelle animali che lo hanno cresciuto? Callie Kloves adatta il romanzo di avventure mantenendone la struttura episodica e calcando la mano meno sull’azione e più sul doppio racconto di formazione di Mowgli.

La versione di Serkis infatti è quella di una lunga ricerca interiore, in cui la prova e la sfida fisica siano al servizio di una consapevolezza e di una crescita interiore, della definizione di un’umanità estranea all’essere umano.

Mowgli – Il figlio della giungla è quindi il racconto di un lunghissimo addestramento anche spirituale, sicuramente più oscuro, dedito alla ricerca del realismo grazie all’uso della computer grafica e del motion Capture di cui Serkis (l’uomo dietro a Gollum, a Smaug e al Cesare della nuova saga del Pianeta delle scimmie) è pioniere. Ma è una ricerca di superficie che si dimentica il ritmo e l’energia, o quantomeno la profondità umana.

Anche perché Serkis cade in quell’esotismo europeo, con l’aggravante della patina lussureggiante della fotografia di Michael Seresin, di cui hanno sempre accusato il romanzo di Kipling: il quale però era figlio del suo tempo, dell’Inghilterra di fine ‘800.

Serkis invece è figlio di un immaginario mainstream fermo alla perfezione tecnica priva di meraviglia: e che, dispiace per le velleità del regista, sul piccolo schermo di un pc non sembra perdere poi molto.

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