Marguerite et Julien

L'intellettuale Valérie Donzelli si vuole ricostruire la verginità perduta: zero Candide, molto artefatto, un nonsense irritante

31 Maggio 2016
1,5/5
Marguerite et Julien

No, non si può. Non può essere, e condivido con un italiano che restaura e la definisce “figa e fighetta” insieme, che Valérie Donzelli, lei così intellettuale, riscrivente e consapevole, si voglia ricostruire una verginità da Candide allo stato di natura in Marguerite et Julien, in Concorso a Cannes 2015.

Poveri noi, soprattutto, povera lei e l’ex compagno, padre del loro bambino e collaboratore alla sceneggiatura Jérémie Elkaim, anche protagonista con Anais Demoustier. Il soggetto è storico, la sceneggiatura avita: la Donzelli l’ha avuta in dono per un compleanno, la scrisse Jean Gruault, quello dei truffautiani Jules et Jim e Adele H. Poveri tutti. Lo spunto, vero, è l’amore tra fratello e sorella nobili nella Francia del XVII secolo: lui è Elkaim, lei Demoustier, e l’approccio della Donzelli non è storico, né storicizzante, piuttosto ucronico, ma tremebondo com’è fa tanto rimpiangere l’Antonietta della Coppola.

Il problema, principale e costante senza soluzione di sorta, è che la bella ed ex brava Valérie – La guerra è dichiarata, su tutti – non riesce né a compire un’operazione metalinguistica né a farci interessare “realmente” di Margherita e Giuliano, in più metteteci pure cavalli che scompaiono e ritornano asino, gufi anti-renziani e mariti cornuti, ovvero cervi, e la colpa – sì, colpa – di Fremaux appare tangibile assai: Desplechin e Garrel padre scartati e confinati alla Quinzaine e questo in Concorso?

Povero festival. E, Donzelli cara, non ci prendere e non ti prendere per i fondelli: naivete laddove c’è raziocinio si chiama incesto e, questo sì, sarà proibito per sempre.

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