La mia vita da zucchina

Dolcissimo sguardo (in stop-motion) sull'infanzia negata. Con il magic touch - in scrittura - di Céline Sciamma

30 Novembre 2016
4/5
La mia vita da zucchina
La mia vita da zucchina

Film d’animazione in stop-motion diretto da Claude Barras e scritto da Céline Sciamma (sì, la regista di Tomboy e Diamante nero), autrice che ancora una volta dimostra di saperci fare, e come, quando si tratta di “inventare” storie con personaggi non ancora adulti, La mia vita da zucchina arriva nelle sale italiane dopo l’applauditissimo passaggio alla scorsa Quinzaine di Cannes.

Il protagonista ha appena 9 anni: Icare all’anagrafe, ma soprannominato Courgette (zucchina) dalla madre, trascorre le sue giornate in soffitta a disegnare il papà (andato via chissà quando) su fogli e aquiloni, oltre a costruire improbabili piramidi con le lattine di birra svuotate a ripetizione dalla mamma. Orfano di lì a poco, Courgette viene accompagnato da un bonario poliziotto in quella che sarà la sua nuova casa, un orfanotrofio. Dove grazie all’amicizia di un gruppo di bambini riuscirà a superare ogni difficoltà, trovando infine una nuova famiglia.

Certe volte basta davvero poco (66 minuti) per uscire rinfrancati da una visione. E’ sufficiente la grazia e la dolcezza, quel giusto tocco di umorismo con cui provare ad affrontare un tema tutt’altro che semplice, assai delicato, come quello dell’infanzia negata. Neanche serve affidarsi a chissà quale volto o corpo capace di sfondare lo schermo: basta disegnare dei fondali minimal, costruire due tre set in miniatura e lasciare alla magia creata da un manipolo di pupazzetti in plastilina il compito di parlare al cuore.

Tratto dal romanzo Autobiographie d’une courgette di Gilles Paris, il film mantiene inalterata la dimensione della favola ma non si nasconde dietro facili ipocrisie, lasciando proprio ai bambini protagonisti il compito più doloroso, quello di raccontarsi (e raccontarci) come e perché sono finiti in quell’orfanotrofio, luogo però tanto colorato quanto felice. Chi perché figlio di genitori drogati, chi perché vittima di abusi sessuali, chi perché orfana dopo che il padre ha ucciso la madre, uccidendosi poi a sua volta, chi perché figlio di immigrati costretti al rimpatrio.

C’è tutto quello che viviamo nei nostri giorni di dolori e silenzi quotidiani, di famiglie disgregate e ragazzini allo sbando. E c’è anche un accenno al bullismo, fenomeno che però dopo poco finisce per trasformarsi in altro, lasciando all’amicizia profonda il compito di sedimentarsi, chissà forse per sempre. E c’è, infine, anche lo sguardo di speranza nei confronti di un mondo, quello degli adulti, ancora capace di chinarsi ad altezza bambino. Di prendersi carico di una responsabilità, quella del vero affetto, troppo spesso sepolta sotto cumuli di banalità e sporcizia. E allora sì, finalmente, ci si potrà stupire di piangere per qualcosa di bello. E ricominciare a credere che lì fuori splenda il sole: “Et tout ira bien là / Le vent nous portera”.

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