Lourdes

La Hausner s'ispira a Ordet ma ne rovescia la prospettiva, girando un piccolo grande film sul tema del miracolo

10 Febbraio 2010
5/5
Lourdes
Lourdes

Lourdes è un’esperienza religiosa vissuta attraverso il prisma della postmodernità. Il film dell’austriaca Jessica Hausner – premiato non a caso a Venezia col FIPRESCI (i critici), il SIGNIS (i cattolici) e il BRIAN (gli agnostici) – è un lucido trattato sulla debolezza della verità, la casualità del destino, la complementarità degli opposti. Postmoderno. Forse è una casualità anche che il film si chiami Lourdes. Più che sulla città di Bernadette – figura totalmente assente nella pellicola – è una riflessione sul miracolo, il Segno non relativizzabile per definizione in quanto rimando a un Assoluto. Quindi poco post-moderno. Ma la Hausner sottopone a verifica – laica, obiettiva, implacabile come le sue inquadrature, dove nulla è lasciato al caso – proprio questa proposizione. La regista dichiara di essersi ispirata a Ordet di Dreyer ma la prospettiva non potrebbe essere più diversa: nel capolavoro del maestro danese l’impossibile che non viene creduto alla fine accade, mentre qui forse succede il contrario. Forse, perché l’incertezza sembra essere l’unica certezza di un film in cui ogni cosa è anche il suo contrario. Tutto è ribaltabile. Anche un prodigio. Se nel film di Dreyer il Miracolo era il segno incontrovertibile della realtà storicamente esperibile del Verbo, per la Hausner invece il miracolo è un avvenimento ambiguo, un segno vuoto, un puro significante senza contenuto: ricondurlo a Dio è un atto soggettivo. Il discorso trascende il piano escatologico e fideistico di Dreyer per scrutare la dimensone umana – profondamente terrena – del religioso. Alla Hausner non interessa evocare l’Assoluto né negarlo, ma riflettere attorno alla verificabilità dei suoi segni.Protagonista Christine (che però non viene mai nominata nel corso del film, per quell’indicibilità che contagia anche la “portatrice” del miracolo), paraplegica in un gruppo di pellegrini in visita nella cittadina francese “col primato di guarigioni”. Interpretata da una superlativa Sylvie Testud (che ha lavorato con veri malati di sclerosi multipla e fisioterapisti specializzati), la donna è l’unica ad essere venuta nella cittadina mariana senza cercare qualcosa di preciso, ma unicamente per diletto. E’ un dettaglio importante nell’economia dell’opera, perché l’estraneità della donna al commercio dei miracoli – di cui la Hausner è prodiga di esempi, soprattutto nella prima parte – è in fondo la gratuità dei Vangeli. Nonostante il disappunto dei suoi compagni di viaggio – fa capolino l’invidia, ma è accennata con senso della misura e comprensione umana – e le spiegazioni teologiche di un sacerdote un pò arido, il miracolo tocca proprio lei, la pellegrina che non chiedeva. Poco prima avevamo assistito al malore e poi il coma della direttrice dell’Ordine di Malta: è avvenuta cioè una “sostituzione”, una vita per l’altra. La stessa direttrice poco prima di sentirsi male aveva rivelato a Christine di averla vista in sogno con la Vergine Maria; di più, nella scena immediatamente successiva alla guarigione, sul bus che condurrà i pellegrini in montagna, Christine  “prenderà il suo posto”. La miracolata vivrà il suo primo giorno da donna normale godendosi un gelato, una passeggiata all’aria aperta e la compagnia di Kuno (Bruno Todeschini), un affascinante quarantenne su cui aveva messo gli occhi addosso. Cose semplici, “un bicchiere di vino con un panino”, ovvero la Felicità secondo Al Bano, canzone che accompagna il finale. Una felicità instabile come le gambe di Christine. L’epilogo del film è magistrale perché sembra ristabilire l’ordine naturale delle cose: Christine cade per terra. E’ inciampata? E’ stanca? Il miracolo non è mai avvenuto? E il sorriso della donna mentre si “riaccomoda” sulla sua sedia a rotelle che vorrà dire? Né la Hausner né il film sciolgono fino in fondo questi interrogativi: tutto è costruito su domande inevase (i volontari chiedono agli infermi e non ottengono risposte, gli infermi chiedono al prete che fornisce loro spiegazioni banali, e quando non può lui è la scienza, impersonata dalla figura del medico, a non essere esaustiva), atteggiamenti cangianti, immagini esteriormente limpide e internamente vischiose. La regia è attenta a cogliere con il suo stile geometrico e ironico (alla Tati), pungente ma non dissacrante, ogni accezione, reazione, dubbio. Consegnandoci un testo aperto, un caleidoscopio di possibilità dove la traccia di Dio naufraga in un gioco di scatole cinesi “in cui le scatole si aprono una dopo l’altra senza mai arrivare al centro” (Jessica Hausner). Oltre c’è solo il pubblico, che questo film interpella come pochi sanno fare al giorno d’oggi. Se esiste anche un pubblico capace d’interpellare il film, Lourdes un piccolo miracolo l’avrà compiuto.

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