L’Ombre des femmes

Philippe Garrel ci regala un altro duetto amoroso in b/n: tenero e dall’impronta rohmeriana

16 Maggio 2015
3,5/5
L’Ombre des femmes

Da tanti film e film Philippe Garrel indaga osserva racconta custodisce le storie di amori, regolari, irregolari, stremati, incerti, sbagliati, finiti, ricominciati, di nuovo finiti. Questo L’Ombre des femmes sembra più un Rohmer che un Garrel: è un film persino tenero e finisce con una ricomposizione che non si sa bene se sia un finire bene, perché lui e lei possono sempre ricominciare a tradirsi e lasciarsi.

Sembra un Rohmer perché quasi tutte le scene sono composte da due sole persone che parlano, e la scena dopo una delle due persone parla con un’altra persona, e la scena dopo ancora quest’altra persona parla con la prima persona della prima scena. I passaggi di persona e di scena sono dovuti al fatto che all’inizio c’è una coppia, con lui regista – ancora in attesa di affermazione – di un film intervista a un vecchio partigiano, e con lei che lavora con lui per le riprese. Nella coppia lui, l’uomo, crede di potersi concedere altri rapporti: «C’est comme ça parce que c’est comme ça. Et c’est ce que les hommes font et ce n’est pas ma faute si je suis un homme». È così perché è così. Ed è quello che gli uomini fanno e non è colpa mia se sono un uomo.

Seguendo questo sillogismo, Pierre fa l’amore con la sua donna Manon ma anche con la sua amante Elizabeth la quale, scoperto che anche Manon ha un amante fa quello che possiamo aspettarci che faccia. La morale la tira la voce di un narratore che la mette così: «Lui non voleva. Lei non voleva. E si lasciarono». Il finale arriva dopo un’inattesa sorpresa sul partigiano: se la grande storia va in quel modo, perché mai le piccole storie dovrebbero essere diverse?

Bianco e nero tradizionale per Garrel, ambienti poveri, due stanze e cucinino, un amore a due, poi a tre, poi a quattro, lui che parla poco, lei che parla di più, una specie di favola amorosa con tradimenti a incastro in cui si vuole cercare qualcos’altro e che servono invece a dire quanto si vorrebbe ancora stare insieme. Chi domina possiede indirizza il film è Manon (Clotilde Courau), la donna di Pierre: con i suoi pianti e singhiozzi, il volto disegnato, la voce ora fievole, ora accesa, sicura/insicura nell’amare e nel tradire.

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