Life

Il film di Anton Corbijn fotografa (è il caso di dirlo) un momento cruciale nella vita di James Dean. Molto mestiere e grande eleganza, ma poco sentimento

7 Ottobre 2015
2,5/5
Life

“Life” è stato il nome di una celebre rivista americana. Nel 1955 ospitò uno dei servizi fotografici più iconici del secolo scorso: gli scatti che Dennis Stock, fotografo dell’agenzia Magnus, realizzò all’attore James Dean nei giorni precedenti l’anteprima del film La valle dell’Eden e prima delle riprese di Gioventù bruciata. Furono giorni assolutamente catartici per entrambi i giovani americani: l’ambizioso fotografo alle prese con l’affannosa ricerca dell’ispirazione per un servizio in grado di far decollare la sua carriera, e il giovanissimo attore (appena ventiquattrenne) in bilico tra la solidità e la purezza dei suoi affetti familiari nella campagna dell’Indiana dove era cresciuto e la vita confusa e dissoluta da star che era in procinto di iniziare. James Dean sarebbe diventato una leggenda sette mesi dopo gli eventi raccontati nel film, a causa della sua tragica morte avvenuta in seguito a un incidente automobilistico.

Il film racconta proprio di quei giorni e della realizzazione del servizio fotografico di Dennis Stock per Life. Narra del legame di amicizia che si instaurò tra il fotografo e James Dean e del viaggio in Indiana che insieme intrapresero alla ricerca delle radici familiari dell’attore. L’opera di Corbijn è una storia d’amicizia,  ma soprattutto una riflessione sul significato della fotografia e di quella misteriosa dote che è la fotogenia, quasi un attributo mistico che possiedono le divinità contemporanee, le star, e una metafora sull’America degli anni ‘50 e sui meccanismi perversi del mondo dello spettacolo.

Life è anche la parola inglese che significa “vita”. E il film di Anton Corbijn, affermato fotografo (non a caso), ha l’ambizione di catturare sulla pellicola l’essenza della vita del divo James Dean, icona di quella gioventù ribelle americana insofferente ai dettami della società dell’epoca, indisciplinata ed edonista, eppure tanto pura e nobile nei propri sentimenti e legata alle proprie origini più profonde. L’opera riesce solo in parte a trasmettere questo significato: sotto una patina elegante e una costruzione tecnica ineccepibile nasconde purtroppo un’anima fredda.

Robert Pattinson nei panni di Dennis Stock e soprattutto Dane DeHaan in quelli tormentati di James Dean (da citare anche Alessandra Mastronardi, che interpreta la fidanzata di Dean dell’epoca, l’attrice italiana Pier Angeli) mettono in scena un’ammirabile prova di recitazione. Il rapporto tra i protagonisti è raccontato per buona parte del film per sottrazione, con i loro sentimenti mai espressi fino in fondo, implosi o semplicemente nascosti, i goffi pedinamenti di Stock ossessionato dalla sua intuizione (James Dean sarà l’emblema di un nuovo mondo, una star assoluta) e l’elusività dell’attore, sempre distratto e sfuggente. Sarà una foto (la prima autenticamente riuscita: il celebre scatto di James Dean in una Times Square grigia e uggiosa), e poi il successivo viaggio in Indiana dalla famiglia d’origine dell’attore a risolvere (apparentemente) la dialettica conflittuale tra i due. Il futuro grande divo che ha lavorato tantissimo per raggiungere i suoi obiettivi, è in realtà autenticamente se stesso solo circondato dall’affetto della famiglia dei suoi zii (che lo hanno cresciuto dopo la morte della madre) nella campagna dell’Indiana, lontano dalla luce dei riflettori e dalle pressioni dell’infido e malevolo produttore Jack Warner (Ben Kingsley).

Ma è proprio qui, nel suo intento di trasmettere questi sentimenti e di coinvolgere emotivamente lo spettatore, che il film non è riuscito e rimane freddo e distaccato. Come la neve del gelido inverno dell’Indiana, nell’ultima visita che James Dean fece alla sua famiglia. L’ultima volta che, probabilmente, fu se stesso: l’uomo (il ragazzo) prima del mito.

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