Liberté

Gruppo di libertini in esterno boschivo notturno: Albert Serra fa scandalo, ma la politica? A Un Certain Regard, con più di qualche perplessità

19 Maggio 2019
2,5/5
Liberté

“Non portarmi nel bosco di sera, ho paura nel bosco di sera” cantava Rosanna Fratello. Era una donna, non era una santa e non sono santi nemmeno i nobili protagonisti di Liberté, il film di Albert Serra che dopo essere stato una pièce teatrale e divenuto un film permettendo al regista catalano di sfondare i limiti di rappresentazione sessuale che il palcoscenico imponeva.

Nel bosco di sera si ritrovano un gruppo di libertini franco-tedeschi, in fuga dalla rivoluzione francese, a cercare rifugio per loro e la loro sessualità. Durante una notte daranno sfogo ai loro desideri, alle loro perversioni e alle loro sconfitte. Serra, anche sceneggiatore, prosegue la propria riflessione sul disfacimento della storia attraverso la decadenza del corpo e affronta a viso aperto il limite tra ricerca linguistica e porno estremo, cercando lo scandalo e il discorso politico.

L’operazione è molto interessante a livello teorico, aggiungendo un tassello a un affresco monumentale e funebre che da sempre contraddistingue il suo cinema (da Historia de le meva mort a La mort de Louis XIV) cercando qui in modo sempre più radicale il disfacimento dell’immagine, l’abiezione nella sua essenza e, in parallelo, il disfacimento di corpi, desideri e pensieri. È a livello “pratico” che Liberté risulta un film estenuante: non tanto per le scelte visive e stilistiche che cercano, coerentemente, di respingere lo spettatore (tra sadismi e pratiche sessuali di varia natura) pur conservando il loro fascino estetico o per il ritmo moribondo, quanto per il sotto-testo politico che sparisce in nome dello scandalo.

Per carità, lo scandalo e l’abietto sono mezzi ideali per scalfire le ideologie dominanti, ma Serra si limita a mostrare senza esprimere, a riportare un uso politico della pornografia che aveva dati frutti ben più vitali negli anni ’70 di Gerard Damiano o Tinto Brass (il suo Caligola, per esempio): qui il discorso è limitato a impotenza del corpo = impotenza di classe. Un po’ poco per 130’ di libertinaggio che pare ripreso da un moralista di ritorno.

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