L’estate addosso

Il quadrilatero sentimentale dell'italo-americano Gabriele Muccino: luci e ombre, sul sentiero generazionale

14 Settembre 2016
2,5/5
L’estate addosso

Romano, riccetto, bleso, estrazione Prati e tendenza giovani dem (sic), Marco (Brando Pacitto), 18 anni, s’è appena diplomato, e ora che fare? Nulla, perché cadendo in scooter – aveva il giubbotto in pieno luglio, per capire il tipo… – s’è rotto a chiasmo, come da canone ellenico, braccio e gamba. Gli amici se ne vanno, lui resta nell’Urbe, finché l’amico Vulcano, detto all’interno delle mura aureliane Vulca’, non gli prospetta di raggiungerlo a Palo Alto o, meglio, San Francisco, dove due amici, la coppia gay Matt (Taylor Frey) e Paul (Joseph Haro), potrebbero ospitarlo. Non se lo fa ripetere due volte, ma non è il solo a imbarcarsi per l’America: con lui Maria (Matilda Lutz), compagna di scuola che Marco disprezza perché pedante e conservatrice. Eppure, il triangolo no, ma il quadrilatero…

E’ L’estate addosso, decimo film di Gabriele Muccino, ospitato nella neonata sezione Cienma nel Giardino della 73. Mostra di Venezia. Muccino torna a girare in Italia dopo quattro film americani – La ricerca della felicità (2006), Sette anime (2008), Quello che so sull’amore (2012), Padri e figlie (2015), intervallati dal nostrano Baciami ancora (2010) – e ritorna alle atmosfere adolescenziali e al post Maturità dei suoi due primi lungometraggi, Ecco fatto (1998) e Come te nessuno mai (1999).

Ma qualcosa è cambiato: Gabriele oggi ha quasi 50 anni, e sovrappone all’età dei suoi personaggi la propria, barattando la sperabile rabbia giovane con il suo adulto cinismo, convergendo sul rito di passaggio. Già, anche per il regista L’estate addosso – il titolo viene dal pezzo di Jovanotti, che cura l’intera colonna sonora, sui titoli di coda – segnala la volontà di ripartenza, di ripresa, di un nuovo inizio.

Intenzione pregevole, ma il teen movie ben si attaglia? Muccino, condizionato ovvero poeticamente ristretto dall’appartenenza e conseguente ottica (alto)borghese, non solo confina nel fuoricampo problemini quali precarietà (il rifugio in calcio d’angolo dei 3mila euro di rimborso per l’incidente è francamente ridicolo) e altre esigenze esistenzial-alimentari, ma soffre e ci fa soffrire la discrasia generazionale: ok, questi non sono i bambocci pariolo-fantascientifici dei Vanzina correnti, ma hanno reale residenza nel qui e ora italiano? Meglio, e non è un caso, i gai – il convinto Paul e l’ambivalente Matt – d’Oltreoceano, di cui abbiamo all’ombra del Golden Gate un ritratto credibile, sincero, meritevole di ulteriori sviluppi: sono loro due, e non Marco e Maria, il punto focale della storia, del film.

Un film che non si può dire pienamente riuscito, anzi, ma che segnala quel che sono oggi, e forse da sempre, vizi e virtù di Gabriele Muccino: facilità e felicità (tecnica) di regia; buona direzione d’attori; necessità di aiuto, e qualcosa di più, in scrittura; aderenza intermittente allo stato dell’arte; filtro generazionale talvolta appannato. Ad maiora?

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