L’atelier

Cantet contrappone parola e immagine per ragionare sul dissidio tra le nuove e le vecchie generazioni. Colpendo ancora nel segno

4 giugno 2018
3,5/5
L’atelier

Laurent Cantet torna a La Ciotat. Lì dove i fratelli Lumière immortalarono l’arrivo del treno in stazione, lì dove, sul finire degli anni ’80, gli operai dei gloriosi cantieri navali iniziarono una lunga lotta all’indomani dell’improvvisa chiusura.

Cantet, che scrive il film insieme al Robin Campillo di 120 bpm, ci porta nella cittadina a pochi passi da Marsiglia immaginando un gruppo di ragazzi alle prese con un workshop di scrittura, tenuto da una scrittrice affermata (Marina Foïs).

Tra i giovani allievi, a spiccare è Antoine (Matthieu Lucci), ragazzo introverso seppur talentuoso, che col passare dei giorni dimostra un atteggiamento sempre più aggressivo, con posizioni violente e razziste.

È un film di contrapposizioni L’atelier, che conferma – ad una decina d’anni dalla Palma d’Oro ottenuta con La classe – il grande talento di un regista come Cantet nel saper inquadrare i dilemmi delle giovani generazioni, dilemmi che non possono prescindere dal contesto politico e sociale attuale, oltre che dal confronto (e l’assenza dello stesso) con le generazioni precedenti.

 

In questo work in progress del laboratorio di scrittura, dove l’obiettivo finale è quello di dare alla luce un romanzo thriller, ambientato proprio a La Ciotat e capace di portarne in superficie la storia e le sue particolarità, le suggestioni e le idee avanzate dai vari partecipanti – tutti ragazzi di origine ed estrazione differente – si susseguono, la parola ritrova la sua centralità, il dialogo e il confronto, anche acceso, divengono la base per ragionare sul parallelismo tra realtà e letteratura.

Ma sono tutte dinamiche che sembrano interessare poco ad Antoine, di fatto l’unico che Cantet inizia a seguire al di fuori del gruppo, l’unico – allo stesso tempo – capace di catturare l’attenzione extra laboratorio di Olivia, la scrittrice tutor del progetto.

Ed è proprio Antoine ad incarnare l’altra, evidente contrapposizione del film, quella tra parola e immagine: alla prima il ragazzo sembra di gran lunga preferire la seconda. Solitario, si rinchiude nella sua stanza nutrendosi di video inerenti l’addestramento, mentre alla fine di ogni incontro di gruppo si tuffa da quelle scogliere a volte riprendendosi con lo smartphone.

Cantet prova a decifrare, ad insinuarsi in questa quotidianità fatta di lunghe camminate e svogliate uscite serali col resto di una comitiva con la quale Antoine sembra condividere ben poco oltre alcune, discutibili idee “nazionalistiche”. E lo stesso prova a fare Olivia, al tempo stesso allarmata e sedotta da questo ragazzo.

 

Alla fine, come in ogni thriller che si rispetti, bisogna individuare il “movente” che si nasconde dietro le convinzioni, e le azioni dei personaggi. E se alla base di tutto ci fosse semplicemente la noia?

Non siamo dalle parti di Risorse umane e A tempo pieno, forse i due più film più riusciti di Cantet, ma è innegabile quanto, ancora oggi, il regista francese riesca a prodursi in ragionamenti così lucidi sull’attualità dei nostri giorni, chiedendosi quanto il passato possa influenzarne l’andamento e dove siamo destinati ad arrivare.

 

Mirando alla luna. E sparando nel vuoto.

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