L’anno che verrà

Mehdi Idir e Grand Corps Malade girano con intensità e dimostrano uno spiccato vigore nel montaggio. Lo sguardo è a Laurent Cantet, il focus è sulle piaghe del presente

6 Luglio 2020
3/5
L’anno che verrà

Il tema delle periferie è ormai centrale nel cinema francese. Ladj Ly quest’anno con I miserabili ha castigato gli abusi della polizia, firmando un esordio travolgente in patria e all’estero. Ma oltre alla violenza delle istituzioni, anche la scuola è diventata protagonista sul grande schermo d’oltralpe. Ricordiamo tutti nel 2008 Laurent Cantet con La classe. Da allora tanti registi si sono impegnati a raccontare il presente.

La composizione multiculturale degli allievi, i doveri degli insegnanti che nelle banlieu si sentono abbandonati, il difficile (a volte impossibile) rapporto tra professori e alunni, l’importanza dello studio per costruirsi un avvenire migliore. Tutti questi elementi tornano nell’opera seconda del duo composto da Mehdi Idir e dal poeta e cantante Grand Corps Malade, all’anagrafe Fabien Marsaud. Ma L’anno che verrà non inventa nulla, è meno riuscito del loro esordio Patients. Anche se nel rappresentare i confini della società risulta comunque interessante.

Si tratta di un anno scolastico raccontato attraverso occhi e sensibilità eterogenee. La differenza con La classe è che la macchina da presa segue i ragazzi anche fuori dalle aule. Li riprende per strada, con gli amici, durante le scorribande e i problemi di tutti giorni. Toni amari, agrodolci. Cantet è il modello irraggiungibile, però Mehdi Idir e Grand Corps Malade girano con intensità, con spirito fresco.

Non hanno paura di dar vita a complessi piani sequenza, dimostrano uno spiccato vigore nel montaggio. Sotto questo aspetto, il momento della festa è il più riuscito. I giovani sono in un locale a far bagordi, gli adulti prendono parte a una cena abbastanza movimentata. I volti delle nuove generazioni si alternano a quelli dei loro educatori. Per un attimo, sono uguali. Fino a fondersi l’uno nell’altro. La vicepreside inizia a ballare, e la sua espressione si sovrappone a quella del turbolento Yanis, adolescente dalle ottime potenzialità schiacciato dalle condizioni disagiate in cui vive. Entrambi sono protagonisti del film, i poli opposti che si attraggono.

 

Idir e Malade ci suggeriscono che in fondo sono due facce della stessa medaglia. Lei si è trasferita a Saint Denis per sostenere il fidanzato in carcere, lui non ha la forza di applicarsi per andarsene. Sono relegati in prigioni diverse. E anche se “non si può dare sempre la colpa al sistema”, come dice Yanis, il vero sconfitto sembra proprio essere uno Stato inesistente, troppo lontano per occuparsi di chi non ha risorse.

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