Lan Xin Da Ju Yuan (Saturday Fiction)

Noir e mélo si fondono in un film di rara classe e bellezza. Gong Li attrice-spia dolente e meravigliosa nella Shanghai del '41 messa in scena da Lou Ye. Capolavoro, a Venezia76

4 Settembre 2019
4,5/5
Lan Xin Da Ju Yuan (Saturday Fiction)
Gong Li in Saturday Fiction

“Qiu Ju sei tornata”. “Mi spiace, non sono Qiu Ju”. Il cortocircuito tra Storia e finzione è già nei primissimi istanti di Lan Xin Da Ju Yuan (Saturday Fiction), straordinario mélo noir diretto da Lou Ye e in gara alla 76ma Mostra di Venezia.

Gong Li, che proprio a Venezia nel ’92 vinse la Coppa Volpi con La storia di Qiu Ju di Zhang Yimou, è Jean Yu, celebre attrice che all’inizio del dicembre 1941 ritorna a Shanghai. Per quale motivo? Ufficialmente per recitare nella pièce teatrale diretta dal suo ex amante (Saturday Fiction, appunto), sottobanco per liberare il suo ex marito, prigioniero dei giapponesi. Ma anche quella, forse, è una recita?

Il palcoscenico e il dietro le quinte del Teatro Lyceum, i corridoi e le stanze di un hotel di lusso, il bianco e nero che ricorda i più bei noir americani e francesi di un tempo perduto, la pioggia incessante, attori-spie e contro-spie che si mischiano in una Shanghai “isola solitaria” inconsapevoli di quanto, da lì a poco, il mondo sarebbe cambiato per sempre.

Gong Li in Saturday Fiction

Lou Ye mescola abilmente i suoi ricordi di bambino (quando passava le giornate nel dietro le quinte del Teatro Lyceum accompagnando i due genitori che lavoravano lì) con La donna vestita di rugiada, romanzo di Hong King: ne viene fuori un film di un’eleganza misteriosa e commovente, capace di alternare in continuazione i vari piani narrativi creando una fusione costante tra “realtà” e finzione (nella finzione).

La vicenda dell’attrice Jean Yu (suprema Gong Li, diva dolente e tenebrosa) si intreccia ovviamente con gli spezzoni dello spettacolo teatrale dove interpreta Qiu Ju (dichiarato l’omaggio al personaggio del film di Zhang Yimou), anche lì donna misteriosa perennemente in fuga da qualcosa e da qualcuno.

Occupata dai giapponesi, Shanghai in quel periodo era terreno di una guerra di intelligence tra gli Alleati e le potenze dell’Asse: il film di Lou Ye – ambientato nei cinque giorni precedenti l’attacco di Pearl Harbor – si muove sinuoso e fluido lasciandosi intrappolare dalla nostalgica nebbia e dalle oscurità che la fotografia di Zeng Jian rischiara di tanto con qualche flash che prova a catturare il mistero della sua protagonista e di chi le ruota attorno (tra i tanti, anche gli occidentali Pascal Greggory e Tom Wlaschiha).

“Questa è l’ultima volta. È l’ultimo personaggio che interpreto”, dirà ad un certo punto Jean Yu. Recitazione e spionaggio, un falso specchio capace di restituire riflessi sempre differenti e imprevedibili. Fino alla rottura definitiva, prodromo di una virata che conduce alla convulsa e spettacolare resa dei conti conclusiva.

 

Il gioco e il doppiogioco sfondano la quarta parete, irrompono in scena, il bar del porto si prepara ad accogliere l’ultimo atto di una storia (d’amore) impossibile. Di lì a poco il mondo non sarà più lo stesso. Fumo di Shanghai, riflesso di Cinema.

 

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