La veduta luminosa

Il pretesto un sopralluogo per "riscoprire" il poeta Hölderlin, in realtà Fabrizio Ferraro ragiona sull'inestricabile dicotomia tra l'astrattezza del Cinema e la concretezza del Film. Con suggestione, alla 71ma Berlinale, in Forum

2 Marzo 2021
3/5
La veduta luminosa
La veduta luminosa di Fabrizio Ferraro

“Oggi ci troviamo in un’epoca in cui il cinema sembra assente, oscurato da un orizzonte filmico saturo. Un’assenza, però, che apre strade di grande sfida. Uno (il film) richiede concretezza, responsabilità, forze recitanti e reagenti nella dinamica dell’oggetto finito, l’altro (il cinema) si colloca in quella zona libera da vincoli, dove gli elementi concreti che tracciano quel respiro indefinito, negando la zona circoscritta del film, si affollano e si sovrappongono continuamente. Accade raramente che siano una cosa sola, forse mai in un film qualsiasi, ma nella somma delle singole parti, nel loro canto reciproco, incessante, irriducibile e per certi versi eccezionale”.

Parole estrapolate dalla corposa lettera che il regista Fabrizio Ferraro indirizza al produttore Lluís Miñarro, parole con cui cerca di arrivare al cuore della sua ultima fatica, La veduta luminosa, ospitato in prèmiere mondiale alla 71ma Berlinale, nella sezione Forum.

Il regista Fabrizio Ferraro

La “concretezza” di un film, l’assenza di vincoli del cinema: è giocando su questa apparentemente irrisolvibile dicotomia che l’opera di Ferraro persegue un obiettivo dichiaratamente impossibile, non per questo privo di fascino. Immagina così l’incontro tra il signor Emmer, un regista stanco, e la giovane Catarina, assistente di un produttore assente. Insieme intraprendono un viaggio alla ricerca dei luoghi di Hölderlin, per un progetto mai dimenticato sul poeta tedesco. Ma durante il viaggio le loro aspirazioni si riveleranno un ostacolo per la realizzazione di qualsiasi opera.

Inclassificabile, di non facile fruizione, La veduta luminosa richiama in maniera naturale l’ultima poesia di Johann Christian Friedrich Hölderlin (La veduta), firmata “Con umiltà, Scardanelli, 24 maggio 1748”, anche se in realtà fu scritta nel 1843, una manciata di giorni prima di morire.

Quando la dimorante vita degli umani va lontano,
dove lontano brilla il tempo della vite,
lì appresso è pure il campo vuoto dell’estate,
il bosco appare nel suo scuro tono.  
Che natura completi il quadro delle stagioni,
ch’essa ristia, quelle scivolino via velocemente,
viene da perfezione; allora la sommità del cielo
splende agli umani qual fiorame che alberi incoroni.

 

Peregrinaggio “infruttuoso” con destinazione Tübingen, luogo dove il poeta – a causa della schizofrenia che lo portò ad assumere la nuova identità di Scardanelli – trascorse gli ultimi 36 anni di vita, ospitato nel torrione di un falegname svevo, il film di Ferraro diviene allora il costante inseguimento mosso dalla concretezza (l’assistente) per tentare di raggiungere l’astrazione, il pensiero (l’autore, il regista, il poeta?), costantemente perso in un flusso che al movimento – le lunghe, lunghissime camminate nei boschi e nelle foreste incontaminate – unisce la coscienza, la parola, l’indefinitezza di un atto che, di per sé, è impossibile restituire, bloccare, filmare.

Non a caso le immagini perdono nitidezza, i bordi restano sempre sospesi, sfocati, a volte è addirittura impensabile trovarne un centro, una sistemazione. I dialoghi, se così vogliamo chiamarli, esaltano in continuazione l’incomunicabilità tra le parti in causa (metafora restituita anche dalla digressione sulla strategia del ragno per catturare la mosca), una settata sul conseguimento di un obiettivo, l’altra in perenne sospensione, “in questo richiamo costante del movimento delle cose, né visibile né invisibile, ma solo sintonizzato su quel canto che sfugge al solito movimento delle parti”, per tornare ancora alle parole del regista, che dirige nuovamente Alessandro Carlini (dopo Sebastiano, 2016) e Catarina Wallenstein (Gli indesiderati d’Europa, 2018).

La veduta luminosa

Incomunicabilità che intercorre tra la Natura e l’uomo, tra la foresta e la città: un film che tenta di riflettere sull’afasia del cinema nel farsi film. E che, giocoforza, rimane sospeso – faticosamente, fascinosamente – su questa trama indistricabile, perdendosi come un’ombra nella selva oscura.

Prodotto da Boudu/Passepartout e Eddie Saeta con Rai Cinema, La veduta luminosa dopo la proiezione al Festival di Berlino sarà trasmesso sabato 6 marzo in anteprima nazionale su Rai Tre nel programma Fuori orario Cose (mai) viste.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy