La valigia sul letto

Folklore, gag e riciclo: al suo terzo film Tartaglia prova ad affrancarsi dal retaggio teatrale. Al prezzo di un cinema scadente

10 Marzo 2010
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La valigia sul letto
La valigia sul letto

Achille Lo Chiummo (Eduardo Tartaglia) è un miserabile costretto a campare insieme alla moglie (Veronica Mazza) sotto la galleria del cantiere della nuova metropolitana di Napoli, dove svolge anche l’incarico di guardiano notturno “in nero”. Oppresso dai più forti, maltrattato dalla fortuna e terrorizzato dall’idea di perdere la compagna, ad Achille non resta che il sogno impossibile di una vita più degna, altrove. L’occasione si presenta quando la polizia scopre una lontana parentela col camorrista pentito Antimo Lo Ciummo (Biagio Izzo) e decide d’inserire lui, la moglie e la sorella (Nunzia Schiano) nel Programma di protezione istituito per i familiari dei collaboratori di giustizia…
A raccontarla così la trama de La valigia sul letto – terzo film del commediografo napoletano Eduardo Tartaglia – sembra la versione partenopea di Che fine hanno fatto i Morgan?, ma l’unica affinità con la commediola di Marc Lawrence è un’irriducibile e deprimente pochezza. Vero è che Tartaglia prova stavolta ad uscire dal limbo della napoletanità e dalla gabbia teatrale in cui brancicavano i precedenti lavori (Il mare, non c’è paragone e Ci sta un Francese, un Inglese e un Napoletano), ma pochi movimenti di macchina, un pò di facile cinefilia (da Tomb Raider a Rocky, da La notte dei morti viventi a L’esorcista) e alcune scene girate in esterni non bastano per fare un film. Così come la pretestuosa apertura agli spunti di cronaca (la camorra, la disoccupazione, un’endemica attitudine alla furbizia) non ci autorizza a trasformare una farsa volgarotta e meccanica in commedia sociale. Alla Napoli contraddittoria e vitale di Nanny Loy (Mi manda Picone era dell’84!), Tartaglia contrappone ancora un’espressione geografica, un luogo dell’immaginario condannato per sempre alle sue macchie e macchiette. Un paradigma in cui l’utilizzo generoso di caratteristi fa fronte alla penuria di caratteri veri. Inutili camei di Alena Seredova (nel ruolo di un’imbarazzante assassina venuta dall’Est) ed Ernesto Mahieux (per sua stessa ammissione: “il mio personaggio poteva farlo chiunque”).Preoccupante il riciclo di gag e battute (basti questa per tutte: “Tanto va la gatta al lardo che le sale il colesterolo”), riscattato da un unico esilarante numero di cabaret. Che ha bisogno di riesumare Totò (‘A Livella) per ricordare al pubblico quanto immensa può essere la comicità napoletana.

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