La settima musa

Case infestate e cliché prevedibili, l'orrore sembra non arrivare mai: dov’è finito Jaume Balagueró?

3 agosto 2018
2/5
La settima musa

Che cosa riesce ancora a farci paura? Basta seguire il telegiornale per sentire i brividi correre lungo la schiena, non servono demoni, esorcismi o belve sanguinarie.

Il regista spagnolo Jaume Balagueró prova a reinventarsi, abbandona le storie di fantasmi per lanciarsi nella mitologia e nella letteratura classica.

 

La settima musa si apre con le parole di Caronte nel Terzo Canto della Divina commedia: “Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente”.

Dopo aver scomodato addirittura Dante Alighieri, un professore irlandese si trova invischiato in un mondo oscuro, dove l’amore eterno è una maledizione, e sono le donne a dettar legge.

Tratto dal romanzo La dama numero 13 del cubano Josè Carlos Somoza, il film ha una struttura più adatta al piccolo schermo, lontana dall’innovativo REC.

I jumpscare sono prevedibili, i cliché piovono a cascata, e l’orrore sembra non arrivare mai.

Case infestate, bambini posseduti e protagonisti superficiali sono gli elementi di un horror estivo senza pretese, poco incisivo rispetto a Fragile – A Ghost Story.

L’unica consolazione è l’aria condizionata, che al cinema permette di difendersi dal caldo di agosto.

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