La ragazza del treno

Thriller hitchcockiano senza verve né originalità: anche Emily Blunt finisce su un binario morto

1 Novembre 2016
2/5
La ragazza del treno

La finestra sul cortile si tinge di rosa con un cast al femminile, che fa del voyeurismo il suo cavallo di battaglia. Questa volta non vedremo James Stewart con la gamba ingessata e il binocolo in mano: quegli anni struggenti sono passati, e certe magie non tornano più. Oggi bisogna accontentarsi di una ragazza che spia dal finestrino di un treno in corsa. Perché lo fa? Perché pensa che la sua vita non abbia più un senso e cerca di immedesimarsi in quella degli altri. Ottimo proposito, se non dimenticasse di coinvolgere noi spettatori nei suoi deliri, col rischio di perdere la partita prima ancora di giocare. La tensione, a malapena intravista, cade all’ennesimo passaggio del treno sulla stessa rotaia.

Il voyeur di turno si chiama Rachel, una donna che ha perso tutto per colpa dell’alcol. Il marito l’ha prima tradita e poi lasciata, e le amiche le hanno voltato le spalle. Le sue giornate sono vuote e senza scopo, fino a quando non comincia a osservare Megan, una bionda che ha il mondo ai suoi piedi. Il compagno la adora, e lei sembra felice, ma la tragedia è dietro l’angolo. Un giorno Rachel scopre una terribile verità, e da allora dovrà lottare per non soccombere.

Tate Taylor è il regista del fortunato The Help, che nel 2011 conquistò pubblico e critica. Il successo di allora difficilmente si ripeterà con La ragazza del treno, che si perde in soluzioni di una prevedibilità sconcertante, e soprattutto viene appesantito da voci fuori campo al limite del sopportabile. Inutile ripetere che al cinema le emozioni devono scaturire soprattutto dalle immagini, e un uso smodato della voice over può distruggere l’empatia verso i personaggi, come qui puntualmente accade con le disavventure delle due protagoniste, davanti alle quali lo spettatore resta o incredulo o indifferente. Qualche sussulto dovrebbe arrivare dalle scene di violenza elargite in abbondanza. Ma è merce di seconda mano anche questa.

La ragazza del treno nasce con molte libertà dal romanzo di Paula Hawkins, che ha venduto oltre 15 milioni di copie in tutto il mondo. Se si cerca il motivo di tanto rumore, lo si trova nel ritmo serrato e nell’abile dosaggio della tensione. Nel libro la minaccia è reale, e la si percepisce fin dal primo capitolo. Nella versione per il grande schermo il racconto si adagia sui ritmi blandi di una soap opera che incontra un telefilm poliziesco, e sembra arrotolarsi su se stesso, proponendo sempre il solito siparietto. Se una volta il treno evocava esotici complotti e intrighi internazionali, adesso il terrore sta nel chiedersi per quante volte ancora rivedremo il solito scompartimento.

La ragazza del treno è un film che non lascerà traccia. Il romanzo era un inno alla consapevolezza delle donne, e condannava qualsiasi forma di sopruso. Tate Taylor non solo fa orecchie da mercante a un discorso serio, ma non utilizza neanche le doti notevolissime della sua diva Emily Blunt, condannandola a un loop di gesti sempre uguali, farcito da vane elucubrazioni. Anche l’immobilità che affligge la protagonista fino allo scoccare dei sessanta minuti rischia di diventare soporifera. Il cinema ha sempre amato sia i drammi interiori che i mezzi di trasporto, e spesso li ha coniugati con efficacia. Ma qualche volta bisognerebbe spingere la locomotiva sul binario dell’originalità, non su un binario morto.

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