La mafia non è più quella di una volta

La memoria (Letizia Battaglia) e l'omertà (Ciccio Mira) per il nuovo, geniale lavoro di Franco Maresco. In concorso a Venezia 76

6 Settembre 2019
4,5/5
La mafia non è più quella di una volta
“Lei è un millantatore, lo sa?”
“Sì”.
“Ma sa che cosa significa?”
“Sì, un brillantatore, uno che fa splendere le cose”.

È tornato (si fa per dire, visto che anche stavolta ha marcato visita alla Mostra) Franco Maresco. È tornato soprattutto l’ineffabile e temibile Ciccio Mira, che già avevamo avuto modo di conoscere nel precedente Belluscone.

Questa volta, però, l’interesse d’azione dell’ex Cinico Tv si sposta in un certo senso: partendo da una delle tante, discutibili (eufemismo) esternazioni di questo impresario palermitano di cantanti neomelodici, organizzatore di feste di piazza, La mafia non è più quella di una volta appunto, Maresco si accorge che qualcosa non torna.

Il racconto prende le mosse dal 25° anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio, nel 2017. Il 23 maggio (per commemorare la morte di Falcone), in piazza a Palermo, si canta e si balla.

Maresco prima chiede ai soliti “uomini comuni” cosa pensano di Falcone e Borsellino, ricevendo un bel “niente” come risposta (nel migliore dei casi).

Allora decide di portare con sé Letizia Battaglia, la fotografa oggi ultraottantenne che con i suoi scatti ha raccontato le guerre di mafia, definita dal New York Times una delle “undici donne che hanno segnato il nostro tempo”: l’idea è chiara, riportare colei che meglio di chiunque altro ha saputo immortalare i terribili omicidi mafiosi (partendo da quello di Piersanti Mattarella, fratello di Sergio, attuale Presidente della Repubblica) su un terreno popolato da molti che, ancora oggi, negano l’evidenza. E che, oltretutto, rifiutano di riconoscere Falcone e Borsellino come eroi nazionali.

Il successivo 19 luglio, ricorrenza della strage di via d’Amelio (dove perse la vita Borsellino), al quartiere Zen di Palermo (tra le zone più depresse dell’intera città) qualcuno ha deciso di organizzare un evento irripetibile: “I neomelodici per Falcone e Borsellino”. Quel qualcuno, ovviamente, è Ciccio Mira. E Maresco non può lasciarsi sfuggire questa occasione.

Lo stile del regista siciliano è quello di sempre, inconfondibile spia di un disincanto capace di tirare fuori il meglio/peggio da qualsiasi suo interlocutore. Quello che interessa a Maresco, mai come stavolta, è portare a galla la perdita di memoria di un intero paese focalizzandosi ovviamente sul cuore di un territorio dal quale, invece, dovrebbe sempre mantenersi viva la pulsione verso un riscatto definitivo.

Letizia Battaglia e Franco Maresco – Credits Tommaso Lusena

E invece la statua eretta in memoria di Don Puglisi a Brancaccio ha una somiglianza inquietante con Berlusconi (come nota subito l’occhio agile della Battaglia), mentre Ciccio Mira – che viene messo in scena sempre e solo in bianco e nero (trovata meravigliosa) – e il suo produttore Matteo Mannino (che da piccolo ebbe la meningite) – pur organizzando una serata in nome di Falcone e Borsellino – ben si guardano di urlare o far urlare ai loro cantanti “Abbasso la mafia!”, ricordando però quante cose buone hanno fatto questi due eroi per la città di Palermo, “dall’illuminazione ai parchi, fino agli asili nido”…

È come sempre la contradditoria fiera dell’assurdo, popolata da new entries memorabili, come il cantante Cristian Miscel, ragazzo con evidenti problemi di natura mentale, “risvegliato dal coma dopo un incidente stradale grazie alla voce di Borsellino e Falcone” che lo esortavano ad “alzarsi e cantare”: speech e liriche incomprensibili, presenza scenica discutibile, ma come ricorda spesso la voce over di Maresco è un pupillo di Ciccio Mira. E quindi vale tutto.

Si ride spesso, quasi sempre, come già accaduto con Belluscone e come è sempre successo con qualsiasi lavoro di Maresco (cosa che avveniva già dai tempi memorabili del fortunato sodalizio con Daniele Ciprì), ma è una comicità grottesca finalizzata a scovare una spiegazione all’interno di quello che lo stesso regista riconosce essere ormai diventato “uno spettacolo senza fine e senza alcun senso, dove la distinzione tra bene e male, tra mafia e antimafia, si è azzerato del tutto”.

E se davvero La mafia non è più quella di una volta, “il merito” va semplicemente ascritto alla trattativa andata in porto con lo Stato. Che portò alla morte di Borsellino. E che dopo molti anni è stata finalmente riconosciuta in un’aula di giustizia. Maresco ricorda anche questo, si sofferma sul silenzio del presidente Mattarella. Ma gli porta “in soccorso” l’onnipresente Mira: “Il silenzio è nel DNA dei palermitani”.

Sul palco uno dei neomelodici intona un improbabile inno d’Italia con ritmi da denuncia penale (roba da Papeete Beach per intendersi), lo striscione “I neomelodici per Sergio Mattarella” è inequivocabile, dal dietro le quinte (davanti c’è un solo spettatore, di spalle) arrivano voci con epiteti e minacce nei confronti di Ciccio Mira, “sei una guardia!”, “ti spacco la testa”, mentre lui gironzola lì sotto come se nulla fosse.

Maresco qui immagina, costruisce, semplicemente perché Mira vorrebbe il presidente della Repubblica possa intercedere per dare la grazia a un suo parente incarcerato con il 41bis. E ricomincia – forse in un prossimo film – il circo di uno show al tempo stesso esilarante e triste, goffo e lugubre.

D’altronde, è l’impresario stesso a spiegarlo senza troppi giri di parole: “Io organizzo lo spettacolo per Falcone e Borsellino. Anni fa l’ho organizzato per qualche boss di mafia”. “Ma quindi è come fosse un impresario di pompe funebri?”. “Sì”. “Grazie”. “Arrivederci”.

Già, di fronte alla morte siamo tutti uguali. Ma anche in vita non possiamo lamentarci, diciamo.

Sempre geniale, cinico ma ormai quasi disperato, Franco Maresco. Che trova finalmente, giustamente, il concorso della Mostra di Venezia. Ma che preferisce ancora una volta disertare.

Parla il film per lui, e speriamo possa farlo per quanti più spettatori possibili. Dal 12 settembre in sala con Cinecittà Luce.

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