La febbre

D'Alatri sprona l'Italia contro la mediocrità. Con una commedia sui sentimenti e un ottimo Fabio Volo

30 Marzo 2005
La febbre
Una scena del film

Mario Bettini (Fabio Volo) geometra trentenne a Cremona con fervore. Il cassetto dei sogni è vuoto: con gli amici si impegna attivamente per aprire un locale. Ma arriva dal Comune una lettera d’assunzione: Mario accetta e si trova nell’impasse della burocrazia. L’entusiasmo è risucchiato negli ingranaggi farraginosi dell’amministrazione del quieto vivere: si respira solo per amore, quello di Linda (Valeria Solarino), amante poetica e prosaica cubista. Linda parte per l’America, Mario si scontra con la madre (Gisella Burinato) e se ne va di casa. Con l’amico Bicio ricicla rottami per creare oggetti di design e arredare il locale. Il lavoro presso l’ufficio tecnico è sempre più svilente: che fare? Coniugando la denuncia dell’immobilismo socio-politico del Paese alla riflessione sulla potenza dei sentimenti, D’Alatri traduce in immagini l’appello di Ciampi – durante un incontro al Quirinale con i candidati ai David di Donatello – a coltivare le proprie potenzialità con coraggio e fantasia. Sulla scia emotiva di quell’invito, il regista romano ha iniziato a pensare a La febbre scrivendo poi la sceneggiatura con Domenico Starnone e Gennaro Nunziante. Il risultato è un film che utilizza il côté intimistico della storia d’amore tra Mario e Linda per aprire uno squarcio di luce su un’Italia sempre più incline a sacrificare le aspirazioni individuali in ossequio a una mediocrità professionale senza futuro: “Col tempo – afferma D’Alatri – ci siamo trasformati in un popolo di ragionieri e nel nome del ‘tengo famiglia’ ci siamo congelati, mandiamo giù tanti rospi, facciamo finta di niente e che tutto vada bene, mentre è un altro l’atteggiamento che dovremmo avere”. Quello de La febbre è un imperativo morale categorico: l’Italia va salvata, ora o mai più. Partendo dal basso, rifiutando la logica dell’acquiescenza senza temere la caduta e l’errore. Quale approdo? Un casale di campagna ristrutturato dove custodire i frutti dell’amore e del lavoro. Se Casomai denunciava la programmatica reversibilità di ogni scelta, La febbre stigmatizza l’assenza di scelte esistenziali: l’Italia ha da destarsi.

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