Kill Bill Volume 2

Sempre più Tarantino. Accelera i ritmi, frammenta la narrazione e riesce in un finale impossibile

30 Giugno 2004
Kill Bill Volume 2

Che la Sposa (Uma Thurman) di Quentin Tarantino non fosse unicamente una ‘donna in armi’, secondo una tipologia alla moda nel recente cinema hollywoodiano, lo si intuì fin dal Volume 1 di Kill Bill. Eppure la raffigurarono come un’amazzone insaziabile che, munita di spada, infuriava sugli avversari (figure femminili di preferenza). La spada, fin dai primi capitoli del romanzo, assumeva un significato simbolico che, in questa seconda parte della narrazione, viene ulteriormente accentuato. È un elemento che conduce all’interno di un genere narrativo amato dal regista (i film sul kung fu e, citatissimo, il western all’italiana) e svela delle complicità affettive (tra Budd, la prima delle vittime designate, e il fratello Bill, tra la Sposa e lo stesso Bill che, da presenza evocata, assumendo il viso e il corpo di David Carradine, si fa adesso centro della vicenda, personalità duplice in bilico fra crudeltà e tenerezze). Il finale stupirà gli spettatori che abbiano un’idea statica di Tarantino, i quali tuttavia non dovrebbero neppure lamentarsi dato che, nel film, di scene forti ce ne sono parecchie (non di più, tuttavia, di un film d’azione ordinario). Nella Sposa, ecco la sorpresa, pulsa un cuore di mamma. Meglio ancora: il personaggio, rompendo lo schema che pareva imprigionarla, è capace di una radicale trasformazione psicologica. L’assassina nata (così la definisce Bill dopo una gustosa chiacchierata sui supereroi dei fumetti americani classici) ha, sì, introitato le regole del killer di professione, ha accettato quel legame che unisce ‘colpa’ a ‘punizione’ che, con un pizzico di ironia, ci illustra Bud in una delle prime scene del film (il malvivente non redento si nasconde come buttafuori nel locale privo di clienti di un desolato deserto). Non vuole sfuggire al ruolo che si è assunta. Ma esso non esaurisce la sua personalità. Basta che scopra di essere incinta per rovesciare un sistema di non valori, per decidere – come una classica eroina del western – di ‘cambiar vita’ e, dato che nulla di buono può aspettarsi da Bill, a cercare il matrimonio con un uomo qualunque (la preparazione della cerimonia apre Kill Bil . Volume 2), votandosi alla figlia sconosciuta (la conosceremo già bambinetta e anche un poco leziosa alla maniera hollywoodiana). Questo risvolto improvviso ma non troppo, molto ma molto curioso, giunge a sancire un film che si avvale di una costruzione – rovesciata sui particolari che acquistano prospettiva da campi lunghi su un arido paesaggio di monti e di rocce – che sconvolge la linea a zig-zag, tutta azione, che distingueva il Volume 1. E, grazie anche un susseguirsi di battute, commenti, infrazioni narrative, instaura un rapporto circolare tra fonti a cui si attiene e destinatari ai quali si rivolge. Invita questi ultimi al gioco degli eventi impossibili e, soprattutto, dei sentimenti inattesi (le malinconie di Budd prima della resa di conti con la Sposa, le ironie, i tenerumi e le durezze del maestro di kung fu). Così, per questo accentuato gusto del gioco, ogni muro di verosimiglianza viene abbattuto e i brani possono essere collocati dovunque voglia il regista senza che ne risenta l’economia dell’insieme. Tarantino sa bene che, disponendo di uno spettatore abituato al riuso dei materiali narrativi, essenziale è per lui conservare un ritmo che conduca e giustifichi un finale che, sulla carta, poteva sembrare improponibile. Cosa che gli riesce benissimo.

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