Montparnasse femminile singolare

La “pazza gioia” si aggira anche a Parigi, è donna e vuole autodeterminazione: spartito non nuovo e risolto con pressapochismo quello suonato da Léonor Serraille con la sua opera prima

22 Maggio 2018
2/5
Montparnasse femminile singolare

C’è una pazza gioia che si aggira anche tra le strade di Parigi. È quella di Paula (Laetitita Dosch), la Jeune femme (questo il titolo originale) dell’omonimo film di Léonor Serraille, regista esordiente in Un Certain Regard di Cannes 2017.

Paula ha una personalità borderline, come bene attesta la sua eterocromia. E hai voglia di sbatterti: certe cose non le cambi, le ricorda qualcuno di passaggio.

Fa nulla, con lei che picchia la testa alla porta si apre il film, mentre prova a rientrare nella vita del suo ex. Passerà quindi da ospedali, ricoveri di fortuna, avances da ambo i sessi, nidi materni, lavori precari e impieghi domestici senza mai perdere quella sana dissonanza esistenziale che spaventa tutti, sempre accompagnata da un altro trovatello come lei, un gatto. Un peloso diversivo alla solitudine.

Percorso di maturazione anomalo, sullo sfondo Parigi, bella e scostante, città “che non ama le persone”.  Cammino assolutamente non inedito, nel cinema, dove altre volte istanze femministe trovano bandiere sgualcite e un po’ al limite, picchiatelli forse no ma allergici alle norme sociali.

La Dosch è peraltro bravissima, credibile, e la Serraille la dirige con mano ferma, cadenzando tristesse e ironia come da spartito.
Niente, intendiamoci, che faccia strabuzzare gli occhi. Anzi ci abbiamo fatto talmente il callo a questo tipo di retoriche del personaggio da non trasalire, palpitare o scuoterci mai lungo la tranche de vie di Paula.

 

Né maggiore soddisfazione arriva dal contesto, dove invano cerchiamo indizi di una Francia passata dallo shock del terrorismo e dalla sofferta ridefinizione di un’identità post-ideologica e transculturale, con il ritorno in auge di posizioni politiche gaulliste e antistoriche, dalla bouche di un contro-illuminismo populista e di un populismo pseudodemocratico dalla spinta uguale e contraria.

Tutto questo qui non c’è, se non nella riproposizione coatta e probabilmente posticcia di categorie umane e scenari d’azione comuni a molto cinema francese, come le discoteche, le librerie, i centri commerciali, dove è sempre possibile imbattersi nel borghese interessato, nella madre di famiglia rigida e oppressiva o nella bonaria prestante presenza dell’immigrato di origine africana, che lavora come vigilante ma ha la laurea in economia.

E se tutto ciò non vi infastidisce abbastanza, aspettate di conoscere quale “geniale” escamotage la Serraille si inventa per chiudere alla meglio il cammino di autodeterminazione della sua stramba eroina, cioè quando la giovane diventerà finalmente donna scoprendo non di essere incinta ma che può sempre abortire.

Per poter poi dire di aver fatto stavolta una scelta, se non giusta e motivata, almeno sua. Che è quanto basta ai nuovi battaglieri dei diritti. Tanto che la sala è venuta giù.

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