I fantasmi d’Ismaele

Quello di Desplechin è un inno al cinema e alla gioia di vivere confuso piuttosto che anarchico, senile anziché vitale

23 aprile 2018
2/5
I fantasmi d’Ismaele

Scelto come film d’apertura per il 70mo Festival di Cannes, Ismael’s Ghosts rispetta almeno uno dei parametri generalmente utilizzati per l’ouverture sulla Croisette: è un film che celebra il cinema.

Sui modi si può discutere – d’altra parte il gelo calato in sala alla fine dell’anteprima per la stampa è poco equivocabile – ma è indubbio che, sulla scia dell’Allen ultimo scorso (Café Society), anche il nuovo lavoro di Arnaud Desplechin dichiara la propria appartenenza al filone autoriflessivo della settima arte.

Il protagonista, Ismaele, un regista trasandato, volubile e nevrotico degnamente incarnato da Mathieu Amalric, sembra proprio l’alter ego di Desplechin. La trama, più che snodarsi, si ingarbuglia a partire da lui, sdoppiandosi lungo una direttrice interna ed una esterna al personaggio: da un lato la liaison con una timida astrofisica (Charlotte Gainsbourg), messa in discussione nel momento in cui riappare, a distanza di vent’anni, la di lui moglie scomparsa e oramai creduta morta (Marion Cotillard); dall’altro il film che Ismaele sta girando, incentrato su una giovane spia dal candore quasi sospetto, finito suo malgrado in un intrigo internazionale che coinvolge russi, cechi e francesi.

Muovendosi senza apparente ordine lungo questi due binari narrativi, attraverso uno schema libero e un registro discorsivo assai vago, dai toni ora brillanti ora drammatici, Desplechin si regala un inno all’anarchia e alla joye de vivre da veterano della commedia francese, dando vita però a una ronde sentimentale e metalinguistica piuttosto confusa, non particolarmente nuova e dal gioco troppo scoperto per destare sufficiente interesse.

 

Le due storie portanti non sempre si incastrano in maniera convincente, e quelle che vi si innestano ulteriormente (vedi il confronto tra il suocero di Ismaele e la sua ex moglie) lasciano il tempo che trovano. Le piste da seguire sono troppe, l’artificio smaccato, i personaggi – complice anche il movente dell’operazione – restano intrappolati nelle immagini, spegnendosi insieme al fascio di luce del proiettore. Tra i pochi momenti riusciti la gag tra Ismaele e il produttore esecutivo, l’agguato alla spia russa nel film dentro il film, il nudo botticelliano della Cotillard. Belle le musiche di Grégoire Hetzel. C’è anche un cameo non indimenticabile di Alba Rorhwacher.

Non molto per soddisfare l’esigente palato del pubblico festivaliero, troppo forse per poter costruire un dialogo con quello più giovane, nativo digitale. In fondo anche questa del festival – insieme alla presa di posizione su Netflix – è una scelta orgogliosamente (e discutibilmente) autarchica.

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