Io non ho paura

Un gruppo di bambini, un mistero da svelare. Dal libro di Ammanniti uno dei film migliori di Salvatores

30 Settembre 2003
Io non ho paura

E’ bello quando un regista si sforza di rinnovare il proprio rapporto col cinema, inoltrandosi in esperienze diverse e lavorando sul linguaggio; come ormai pochi hanno la pazienza (o il coraggio) di fare. Gabriele Salvatores, a onor del vero, ci aveva già provato in più di un’occasione: uscito dalla serie dei film generazionali, che rischiavano di diventare una formula, con Nirvana e Denti aveva affrontato esperimenti coraggiosi, però non del tutto riusciti. Era un po’ di tempo, insomma, che aspettavamo da lui un risultato più completo, più integro, il titolo da segnare come una tappa importante nella sua filmografia: e Io non ho paura lo è. Per cominciare è un ottimo adattamento del romanzo di Niccolò Ammaniti (rielaborato per lo schermo dallo scrittore “pulp” italiano assieme a Francesca Marciano), perché riesce a essere ­ come dire? ­ mostrato alla prima persona, come alla prima persona il libro è narrato e come dichiara esplicitamente il titolo. Inoltre, è un sofisticato lavoro sulle immagini: la macchina da presa di Italo Petriccione conduce lo spettatore a volo per una distesa di campi dalla luminosità abbacinante; poi lo precipita sottoterra, nell’oscurità claustrofobica di una fossa impenetrabile alla luce. Il punto di vista è quello di Michele, un ragazzo di dieci anni che vive in un microscopico borgo nel cuore della campagna pugliese.
Durante un’estate torrida, Michele scorrazza per i campi assieme alla sorellina e a un gruppo di coetanei: una piccola banda pronta a sfidarsi in prove di coraggio gratuite che ricorda, abbastanza di vicino, i personaggi di alcuni racconti usciti dalla penna di Stephen King (in particolare Stand by Me, da cui Rob Reiner ha ricavato un bel film). Anche il clima narrativo, che implica una sorta di “spirito del luogo”, è simile, pur senza comportare imitazione: l’in-famigliarità del famigliare, l’evento inaspettato, e inconcepibile, che irrompe all’improvviso nella vita monotona dei personaggi. Il fatto eccezionale, nel caso, è la scoperta un ragazzo selvaggio incatenato in un buco nel terreno: in realtà si tratta di un piccolo principe, Filippo, figlio di una ricca famiglia del Norditalia sequestrato a scopo di riscatto. L’avvicinamento dei due coetanei è lento, circospetto; poi il ragazzo del Sud diventa il protettore del prigioniero, senza sapere che i suoi genitori sono coinvolti nel rapimento. La buona scelta di Salvatores è stata quella di raccontare una storia appassionante (con tanto di ‘arrivano i nostri’ finale, che a Berlino ha scontentato qualcuno ma, in fondo, non ci sta affatto male), rivelando però, dietro l’apparente semplicità dei fatti, uno sguardo acuto su temi seri come il rapporto tra bambini e adulti, i riti di passaggio da un’età all’altra, la perdita dell’innocenza. Ma soprattutto, è stata quella di posizionare la macchina da presa ad altezza di ragazzino, focalizzando gli eventi attraverso il punto di vista (ingenuo, romanzesco, mitico) di Michele in modo da costituire per lo spettatore un alter-ego infantile attraverso il quale osservarli. Il risultato è originale e sapiente; di più: una ricerca di linguaggio di grande rigore formale mascherata sotto la linearità e l’apparente facilità del racconto. Ottimo anche il lavoro di casting: un gruppo di ragazzini (solitamente difficili da gestire sullo schermo) più veri del vero, attori adulti poco noti ma bravi e morfologicamente aderenti ai ruoli e Diego Abatantuono che, come balordo venuto dal Nord, per una volta fa la sua parte senza lasciarsi andare a estemporanei esercizi di “personalizzazione” del film.

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