Inju, la bête dans l’ombre

Capitombolo di Schroeder in Concorso. Scrittori ossessionati in un thriller che (s)maschera uno sciagurato equivoco teorico

29 Agosto 2008
Inju, la bête dans l’ombre
Inju

La prima grande delusione della Mostra si chiama Barbet Schroeder. Il regista francese (di origine svizzera) non ce ne voglia, in passato lo abbiamo apprezzato come discreto narratore di storie (Il mistero Von Bulow) e onesto discepolo di genere (il thriller), ma qui tenta il passo più lungo della gamba, e frana. Con Inju, la bête dans l’ombre, il film che presenta in concorso al Lido, Schroeder riparte dalla classica “formula per un delitto” (a sfondo passionale) innestandovi il più logoro dei sottotesti metanarrativi: la confusione tra reale e virtuale, vita e finzione. Naufraga così in un’opera senza mordente e senza suspense, straziata da un’irrimediabile confusione teorica. Protagonista in negativo un giallista transalpino (Benoît Magimel) con la faccia intontita e l’ossessione per il suo omologo nipponico, Shundei Oe, divenuto leggenda in Giappone grazie a una narrativa sadica e un regime di vita clandestino: nessuno sa chi è, nessuno lo ha mai visto. Un viaggio a Kyoto per promuovere il nuovo romanzo sarà occasione per Fayard d’incontrare il suo mito, la qual cosa avverrà solo dopo tutti gli (im)previsti del caso. Per lui, e per il malcapitato spettatore, il soggiorno straniero si trasforma in un garbuglio narrativo fatto di geishe e situazioni in-credibili, colpi di scena “telefonati” e personaggi insensati, condito in salsa orientale e pepe sado-feticista. Tutto sfacciatamente posticcio e (drammaturgicamente) svogliato, come solo può esserlo un (cattivo) romanzo. Il regista intendeva proprio ricreare un microcosmo fittizio, ma rimane vittima di un equivoco: raccontando l’artista intrappolato nelle sue stesse ossessioni e creazioni, traviato dal proprio universo finzionale, taglia fuori il pubblico che non viene del tutto ingannato sulla sorte del protagonista, come avverrebbe in un thriller giocato sull’agnizione finale, né messo a parte delle intenzioni del regista, per godere eventualmente di una posizione di onniscienza. Dimenticandosi Schroeder che anche il più strampalato dei mondi possibili ha le sue leggi, e il più scellerato dei patti (col pubblico) le sue regole.

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