In ostaggio

Delude le aspettative il thriller con Robert Redford e Willem Dafoe. Si sente la mano di un regista alle prime armi

23 Novembre 2004
In ostaggio
robert redford in ostaggio

Wayne (Robert Redford) ed Eileen Hayes (Helen Mirren), coppia sposata da anni, incarnano il sogno americano: self-made man lui, signora tutta shopping e nuotate in piscina lei, bella casa a Pittsburgh, figli stupendi. Ma un giorno un ex-dipendente di Wayne, Arnold Mack (Willem Dafoe), lo rapisce e lo porta in un bosco, cercando di prendere tempo per ottenere il riscatto: Wayne ed Eileen avranno tempo per riflettere sulla loro vita matrimoniale. Opera prima del produttore Pieter Jan Brugge, In ostaggio inquadra la lotta emotiva tra il rapito e la moglie che (non) lo aspetta a casa: chi è la vera vittima? Wayne, costretto all’impotenza pur vantandosi di essere un abile negoziatore, o Eileen, forzata dal FBI a confrontarsi con la verità coniugale, a lungo celata sotto le coltri del benessere. Ambiguità, reversibilità e commutazione dei ruoli “morali” coinvolgono e caratterizzano il ménage à trois – cifra del film, si vedano i tre luoghi (casa, foresta, città) e i tre tempi (ante, durante e post-sequestro) – tra Wayne, Eileen e Arnold fino allo scioglimento finale. Presentato quale thriller psicologico, il film patisce in realtà collegamenti sinaptici intermittenti tra lo sviluppo narrativo e le dinamiche psico-emotive, con attori pluri-premiati lasciati in balia di se stessi. Quando gli attori non fanno l’opera, potremmo dire, sono loro a essere tenuti in ostaggio da un film che si ritorce su stesso e implode.

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