Il vizio della speranza

La bellezza del disagio, e viceversa, non dona a Edoardo De Angelis: una parabola smaccata, eppure dal guadagno incerto

19 ottobre 2018
2,5/5
Il vizio della speranza

“Anche la speranza è un vizio che nessuno riesce mai a togliersi completamente”. Lo scrive Giorgio Scerbanenco, lo mette in esergo Edoardo De Angelis: Il vizio della speranza, suo quarto lungometraggio. Alla sceneggiatura, dopo il Nicola Guaglianone di Indivisibili, c’è Umberto Contarello, scelta aspirazionale più che funzionale. Protagonista è la moglie Pina Turco, che interpreta Maria, sottoposta di una madame ingioiellata (Marina Confalone), padrona di un pitbull tosto, traghettatrice di donne incinte per conto terzi sul fiume Volturno, incinta a sua volta.

Nel cast Massimiliano Rossi, ossia il poverocristo Pengue, Cristina Donadio (che coraggio a mostrare il seno sfigurato dal cancro), la madre di Maria Alba, Il vizio della speranza è un film nelle intenzioni importante, inattuale nel significato di ancorato all’arcaico, cristiano nel senso di cristiano: una natività qui e ora, con i crismi e le beatitudini che affondano nella bellezza del disagio, e viceversa.
Prostituzione, schiavitù, maternità coatta, Maria ci lavora, poi prova a liberare, quindi ad affrancarsi: rischia di morire a tenere quel bambino, ma la sua si può chiamare vita?

De Angelis sa girare, non lo scopriamo oggi, e nel senso classico del termine – detentore di una poetica e di uno stile – possiamo dirlo autore, ma Il vizio della speranza non è un film riuscito: a parte dialoghi – l’invocazione alla Madonna nel sottofinale di Rossi è da penna rossa – di cui avremmo fatto a meno, la partitura di Contarello imbarca simbolismi e allegorie così scoperti da risultare controproducenti, se non corrivi. E, poi, basta con la bellezza del disagio, per cui dovremmo chiederci: c’è reale redenzione nel mantenimento della miseria, c’è liberazione da fermi?

Poi, ed è il punto dolente, qual è il messaggio così platealmente, insistentemente cercato da questa parabola: che la maternità non si sceglie, che nova vita vincit omnia, che cosa? Da applausi le musiche di Enzo Avitabile, per le cui canzoni il film mostra però eccessiva deferenza, buona la prova della Turco e Rossi, eccellenti Confalone e Donadio, ma Il vizio della speranza non è l’unico.

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