Il Signor Diavolo

Pupi Avati ritorna all’horror gotico, ovvero sacrale, degli esordi. Per affondare i canini nella nostra stolida indifferenza: il male c’è

23 Luglio 2019
3,5/5
Il Signor Diavolo

Che la Democrazia Cristiana non potesse tutto, e forse nemmeno la Chiesa, pardon, la sacrestia, lo postula uno che non si direbbe, l’ottantenne Pupi Avati. Tornando al genere che ne cullò gli esordi, l’horror a voltaggio gotico dunque sacrale, il regista bolognese inquadra il grande rimosso contemporaneo, il male, e non teme, anzi, cerca di mettersi allo specchio: il diavolo probabilmente.

Lungi dal determinismo, affrancato dal libero arbitrio, marca a uomo ma gioca a zona, giacché “il diavolo è chiunque e ovunque”. In zone a lui conosciute tanto quanto a Igor il Russo, le Valli di Comacchio ed Emilia involuta, insidia apparenze e istilla dubbi, apparecchiando infanticidi, scomodando ministeri degasperiani, frugando superstizioni e… affinando canini.

Quel che era vecchio è nuovo, anzi, è lo stesso, credulità e bigottismo per primi: Il Signor Diavolo dà del lei allo spettatore non (solo) per marcare un’aristocratica distanza, ma per segnalare la mancanza tra quel che pensiamo e quel che dovremmo, tra quel che siamo e quel che potremmo, nei riguardi del male e del nostro stare al mondo.

Un ispettore non eccelso cercherà di sincerarsi, tutti gli altri di ingarbugliare e imbrogliare, Avati di ritrovarsi, dopo una non gratificante parentesi televisiva. Con gli aviti Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Alessandro Haber e Massimo Bonetti, oltre che Gabriele Lo Giudice, Filippo Franchini e Andrea Roncato, si ritorna là dove le case hanno finestre che ridono e le notabili – Chiara Caselli, brava – le calze smagliate: la Balena Bianca impera, i religiosi non si toccano, i libri – il suo omonimo del 2018 – finiscono diversamente.

Sergio Stivaletti agli effetti, Amedeo Tommasi alle musiche e un déjà-vu che dribblando il vintage sa divenire scomoda inattualità, Il Signor Diavolo fa di necessità virtù, e ancor più il contrario: la forfora sulle giacche, le fronti imperlate, i volti sbranati, il verosimile è continuamente strattonato, ma a uscirne malconce sono le nostre certezze. Il diavolo certamente.

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3 Commenti on "Il Signor Diavolo"

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Mattia
Ospite

Commento la recensione e non il film: ma questo stile retorico e pesante, precisamente, che funzione ha? Serve a dimostrare la cultura dell’autore, o a giustificare una supercazzola utile solo ad incensare un lavoro appena sufficiente?

Roberto FURLAN
Ospite

Veramente, la storia sarebbe ambientata nell’alta laguna veneziana (viene anche citata Cavallino), ma probabilmente l’ha tratta in inganno il fatto che gli esterni sono stati girati in una riconoscibilissima Comacchio e dintorni. Tanto per dire la “cura del dettaglio” nel fare questo film. Se quella televisiva è stata una parentesi non gratificante per Avati, questa cinematografica è stata una fine ingloriosa.

Michele Buri
Ospite

Film vergognoso! Brutta la scrittura, del tutto inverosimile, colma di divagazioni grottesche nella loro stupidità (l’innamoramento subitaneo e inutilissimo per un’infermiera bruttina incrociata per pochi secondi). Montaggio orrendo, controcampi con personaggi che parlano muti e immobili. Slowmotion buttati a caso. La nobildonna con calza smagliata a distanza di settimane tra un interrogatorio e una chiacchiera. Niente horror, nessuna suspance. Un film con l’unico scopo di raccogliere fondi ministeriali? Meglio la pensione cari Avati!

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