Hotel Artemis

Drew Pierce dirige Jodie Foster in un action carismatico. Gli manca un po' di pathos ma buona prova del cast.

23 Luglio 2019
3/5
Hotel Artemis

Dopo X-Men: Dark Phoenix, tempo per un altro sceneggiatore di debuttare in cabina di regia. Stavolta è il turno di Drew Pierce, che naturalmente scrive e dirige Hotel Artemis. In un futuro prossimo e caotico (Los Angeles 2028) ma piuttosto nostalgico degli anni ’80, un’energica Jodie Foster è l’equivalente della Night Nurse marveliana: un’infermiera disposta, anzi, determinata a estrarre proiettili, fermare emorragie, ricucire ferite e ingessare fratture ai criminali. Ma lei ha delle regole, ferree, per tutti i clienti che alloggiano all’Hotel Artemis, imprescindibili per la sopravvivenza.

Il film è il racconto di ciò che succede quando qualcuno infrange queste regole. Drew Pierce, che ha scritto Iron Man 3 per Shane Black e Fast & Furious Presenta: Hobbs & Shaw, in arrivo l’8 agosto, di azione qualcosina se ne intende. Certo, questo film gode di tutt’altro tipo di budget, in gran parte speso peraltro nel frizzante cast attoriale. Sofia Boutella, Zachary Quinto e Charlie Day ma soprattutto la protagonista, Jeff Goldblum e Dave Bautista. Ognuno mette i propri muscoli, fisici o metaforici, al servizio di un thriller situazionista molto leggero, eppure abbastanza efficace nel rimescolare continuamente le carte prima della mano finale.

hotel artemis

È ormai regola che uno sceneggiatore alla regia evidenzi la propria bravura nel fare questo, creare atmosfere di tensione, combinazioni inaspettate e sfide crescenti. È altrettanto un’abitudine, purtroppo, che manchi di infondere una visione profonda al proprio film, capace di conferirgli pathos. E non basta che la pellicola riprenda, e migliori, le dinamiche di 7 sconosciuti a El Royale (di Goddard, altro sceneggiatore-regista), né le orecchie puntate forte a Stranger Things.

Bisogna dire che Pierce si impegna, ci mostra stralci del passato, con una Jodie Foster un po’ monocorde ma tutto sommato non deludente. Il passato e il presente del suo personaggio, i suoi rapporti para-familiari con i comprimari, compongono le fondamenta del conflitto, ma quest’ultimo si sgretola in fretta sotto i colpi di un finale troppo facile e troppo poco sofferto, oltre che troppo nebuloso per sorprendere.

In fin dei conti, il maggior punto di forza del film rimangono le interpretazioni. I ladri (Sterling K. Brown), gli assassini (Sofia Boutella), il boss (peccato che Goldblum non rimanga più a schermo), i poliziotti (Jenny Slate) e un assistente, che è anche figlio spirituale dell’Infermiera, un Dave Bautista dedito alla causa del personaggio e dell’attore: quando critica i film del collega The Rock, definendoli di bassa qualità, non lo fa da un pulpito immacolato ma, se non altro, ce la mette tutta.

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