Grande grosso e… Verdone

Il ritorno dell'ingenuo, del viscido e del coatto: fuori tempo massimo le maschere di Carlo

6 Marzo 2008
Grande grosso e… Verdone
Verdone e la Gerini sono
i coatti Moreno e Enza

Dice che non avrebbe voluto, ma non poteva fare altrimenti. La richiesta dei fan, d’altronde, non poteva rimanere inevasa, e spinto da qualcosa come “1371 e-mail” Carlo Verdone – d’accordo con il produttore Aurelio De Laurentiis – ha deciso di misurarsi nuovamente con le maschere che fecero la sua fortuna sin dagli esordi in tv, in qualche modo riproposte nel ’95 con Viaggi di nozze. Già allora, però, lo scarto con i cult del passato era lampante, e i veri puristi (imitatori più o meno occasionali capaci di riproporre nella vita di tutti i giorni battute e situazioni presenti in Un sacco bello o Bianco, rosso e Verdone, senza dimenticare i vari Borotalco, Acqua e sapone o Troppo forte) storsero un po’ la bocca. Oggi, tredici anni più tardi, i tic e le nevrosi dei vari Leo, del nuovo Furio (ora professor Cagnato) o del coatto postmoderno Moreno, già Ivano, ancor prima Enzo, perdono ancor più in naturalezza, soccombono di fronte ad una programmaticità che spaventa, non riescono ad avere la meglio su un testo imbastito a tavolino, troppo pensato ma a ben vedere poco sentito: già la struttura di Grande grosso e… Verdone (titolo deciso dagli stessi ammiratori che tanto hanno spinto affinché il regista e attore romano tornasse a raccontare l’Italia attraverso i suoi personaggi più amati), non più ad incastro ma in tre episodi separati, potrebbe essere l’indizio – se non proprio una “prova” – di una difficoltà che, a conti fatti, costringe Verdone a dilungarsi oltre misura (131′ sono davvero troppi), improvvisando “vezzi” nemmeno immaginati un paio di decenni fa (i figli di Leo doppiati dallo stesso attore, il duetto con l’amico d’infanzia Stefano Natale, fonte d’ispirazione, non solo per la voce, nel tratteggiare la figura dell’ingenuo “broccolone”), sforzandosi per inventare sviluppi narrativi o situazioni aderenti agli aspetti più “a basso costo” della nostra quotidianità (la Gerini moglie del coatto che a Taormina riconosce un vip protagonista dell'”Isola dei primitivi”…), impossibilitato – per una serie di motivi – a rapportarsi con attori/caratteristi indimenticabili (Mario Brega, la Sora Lella – riposino in pace – Angelo Infanti, lo stesso Christian De Sica, Renato Scarpa, Angelo Bernabucci e via discorrendo) oggi sostituiti da cabarettisti (Geppi Cucciari) o intrattenitori notturni (Massimo Marino), segno probabilmente che la “genuina professionalità” di quei tempi è oggi più che mai irripetibile, ricordo di un cinema che, volenti o nolenti, non tornerà più.

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