God Exists, Her Name is Petrunya

Una donna in lotta contro la misoginia in Macedonia: e se fosse il film-sorpresa, ovvero leggero, di questa pesante Berlinale?

11 Febbraio 2019
2/5
God Exists, Her Name is Petrunya

La dissacrante commedia macedone God Exists, Her Name is Petrunya di Teona Strugar Mitevska già nei primi minuti dimostra di essere il film di questa Berlinale con la missione più difficile: portare un pò di leggerezza al concorso del Festival. In Macedonia, paese di ispirazione ortodossa, si segue una tradizione speciale: per l’Epifania – che secondo il calendario ortodosso si festeggia il 19 gennaio – si getta una piccola croce di legno in un fiume.  Per lo più giovani uomini saltano nelle acque ghiacciate e la cercano per rinnovare simbolicamente, anno dopo anno, il sacrificio dell’uomo nei confronti di Dio. Chi ci riesce, così racconta la tradizione, sarà fortunato per un anno.

Per vincitore si intende naturalmente l’Uomo vincitore. Se il crocifisso viene preso da un maschio, allora è suo di diritto, ma se a prenderlo è una donna, come succede nel film, è come fosse stato rubato. Le donne non sono autorizzate a prendere parte a questo rituale. Ma nel 2014 nella piccola città Stip è successo l’evento che Mitevska prende come punto di partenza del suo film. Una donna è saltata in acqua, ha trovato la croce e scatenato uno scandalo nel cuore del sistema di tradizioni conservatrici del paese. Nel film questa donna è Petrunya – interpretata in modo convincente dall’attrice Zorica Nusheva al suo primo film. 32 anni, single e disoccupata, Petrunya ha una laurea in storia e quindi nessuna chance di trovare un lavoro in Macedonia. La società macedone è in mano agli uomini, uomini consapevoli del loro potere.

Petrunya simbolo femminile in lotta contro la misoginia di una società patriarcale ormai fuori dal tempo. Improbabile eroina, Giovanna d’Arco macedone,  alla ricerca di una nuova idea di religione intesa come istituzione.  Senza mezzi termini God Exists, Her Name is Petrunija è un film femminista, che non si pone in un contraddittorio con la Chiesa, ma denuncia la condizione di subalternità femminile tuttora vigente nel suo paese. È un film di donne, di ritratti femminili. Petrunya difende la sua croce, il suo diritto alla felicità. Invece di affidare la narrazione a un registro grottesco e sarcastico lanciato contro la chiesa, la regista lancia un macigno in questa tradizione consolidata, facendone emergere le contraddizioni di una società differenziata e ambivalente che non ha ancora trovato il modo giusto per riconciliare una lunga tradizione con la modernità. L’operazione è sincera, poco convincente però è lo stile di regia con troppe metafore e preziosismi inutili, troppo ricercato e esibito.

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