Gli ultimi saranno ultimi

Max Bruno e la Cortellesi dalla farsa alla commedia drammatica. Ottimo l’intento e la valenza sociale, ma il film è insoluto ed enfatico

11 Novembre 2015
1,5/5
Gli ultimi saranno ultimi
Gli ultimi saranno ultimi

È una donna comune, Luciana Colacci. Sposata, con un lavoro normale (e malpagato), Luciana non ha grosse pretese, ambisce al minimo desiderio garantito: aspetta un bambino, e vorrebbe per lui una vita nulla più che dignitosa. Ma perde l’impiego, Luciana, e con quello anche le poche certezze che la circondavano: esasperata, finirà per compiere un gesto sconsiderato.

Dopo la commedia farsesca, Massimiliano Bruno decide di fare un balzo verso la commedia drammatica: l’occasione è data dalla trasposizione cinematografica di Gli ultimi saranno ultimi, già fortunata pièce teatrale scritta insieme a Giampiero Solari, Furio Andreotti e Paola Cortellesi, interpretata da quest’ultima (in scena dal 2005 al 2007), ora anche naturale protagonista (e coautrice dello script) del lungometraggio. Che è tanto necessario per quello che racconta quanto insoluto per il modo in cui tenta di farlo: sia chiaro, l’intento degli autori e degli attori (bravo Gassmann nel ruolo di Stefano, marito vitellone impenitente di Luciana) è nobile e il cinema, anche oggi e anche attraverso le solo apparenti gentilezze della (buona) commedia deve continuare a soffermarsi su problematiche attuali e sociali, ma nel caso specifico sembra di trovarsi di fronte ad un’operazione che, in maniera altalenante, cerca di giungere al dunque nel modo più “leggero” possibile, fino all’esplosione drammatica del finale, con apertura ad un futuro di speranza.

È carente in equilibrio il film di Bruno, costretto anche a rivedere (per forza di cose) la struttura del testo originario, che prevedeva l’interpretazione della Cortellesi di tutti i personaggi in scena: lì si raccontava la “nottataccia” di Luciana, quasi il fermo-immagine di un momento topico che racchiudeva, a parole, il percorso della protagonista fino a quel momento di follia, quello di una donna pistola in pugno che pretende di riottenere la propria dignità. Il film racconta invece gli ultimi nove mesi di Luciana (quelli della gravidanza) e, per farlo, ci presenta parallelamente anche Antonio Zanzotto (Fabrizio Bentivoglio), poliziotto del Nord Est trasferito (ad Anguillara) con disonore e accolto con ancora meno onore dai colleghi del nuovo luogo di lavoro: il brevissimo prologo (che serve al regista per giustificare il finale circolare del racconto) già ci dice che pur non incontrandosi mai (se non per una frazione di secondo), Luciana e Antonio saranno faccia a faccia nella scena madre dell’intero film.

L’incontro/scontro tra due “ultimi”, certo, climax di un (doppio) percorso mai veramente bilanciato (francamente la “trovata” del rapporto d’amicizia tra il poliziotto e il transessuale è ben al di là di qualsiasi velleitarismo radical chic…), che guarda ai grandi della nostra commedia e, per provare ad avvicinarli, esagera con l’enfasi, con i ralenti, anziché provare a sottrarre, a lasciar intendere…
D’altronde, se è vero che gli ultimi saranno ultimi, è anche vero che (il più delle volte) chi nasce tondo non può morire quadrato.

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