Quello che colpisce nel cinema di Lamberto Sanfelice è la sua attenzione per i luoghi che racconta. È come se prendessero vita, sono protagonisti dell’universo che delineano. Mai semplici fondali, si legano ai personaggi, ne riflettono i sentimenti. Pensiamo alla piscina notturna di Cloro, fulcro di una vicenda permeata di resistenza. Sara Serraiocco interpretava una ragazza disposta a tutto pur di continuare ad allenarsi. La sua passione era il nuoto sincronizzato, il buio non spegneva la voglia di inseguire i sogni.

Nell’opera seconda Futura, Sanfelice mantiene la sua cifra espressiva. Milano è una città che respira. Ripresa principalmente dopo il tramonto, è una metropoli lisergica, avvolgente. Le luci al neon che illuminano le strade prendono corpo nelle scene girate in locali notturni. All’oscurità si contrappone il rifugio di Louis, un’abitazione che si affaccia sull’acqua. Si crea subito un’immagine speculare a quella proposta in Cloro. L’elemento liquido fa da contraltare a un mondo statico, saturato, dove il futuro si fa sempre più minaccioso.

 

Anche in Futura si parla di arte, in particolare del jazz. Louis vorrebbe diventare un musicista di professione, come suo padre. Per vivere però guida i taxi, spaccia, è collegato alla mala. Intanto cerca di mantenere un buon rapporto con la figlia, anche se non è facile. La vicenda è giocata sui silenzi, sugli sguardi. Il tocco è inusuale per il cinema italiano, lo spirito è decisamente più internazionale. Come anche il cast, che spazia da Niels Schneider, che ha collaborato con Xavier Dolan in J'ai tué ma mère e Les amours imaginaires, a Daniela Vega di Una donna fantastica.

Futura è un film inaspettato, in cui i virtuosismi a tratti sembrano prendere il sopravvento. Ma è di indubbio fascino. Raramente in questi anni Milano è stata dipinta con tale disperazione. È il teatro di uno scontro generazionale mai sopra le righe, delicato nella sua verità. In Cloro la giovane Jennifer capiva che degli adulti non ci si può fidare. Allo stesso modo in Futura l’infanzia viene rappresentata come l’unica età dell’innocenza, prima che l’animo si corrompa. Nella regia di Sanfelice c’è empatia per gli antieroi. In fondo al tunnel si intravede la luce, c’è un futuro anche per chi sembra dannato.