Funny Games

Remake in lingua inglese, dieci anni dopo, per il sadico Haneke: un potente simulacro contro l'exploitation di Hollywood

11 Luglio 2008
Funny Games
Una scena del film

Scena per scena, quasi shot by shot, Funny Games di Michael Haneke è il remake in lingua inglese dell’omonimo film diretto dal regista austriaco nel 1997. Perché questa operazione di “copia carbone”? Perché, ipse dixit, il pubblico d’elezione dell’originale avrebbe – non è stato – dovuto essere quello Usa: “Funny Games nasceva quale reazione a un certo cinema americano, alla sua violenza, alla sua natura naïf, al suo modo di giocare con degli esseri umani”. Entrambe le versioni sono difficilmente dimenticabili, disturbanti, a infima digeribilità, nell’accezione cara al regista de La pianista, che ci costringeva alla visione delle auto-mutilazioni di Isabelle Huppert, e dello sfiancante e misterioso Caché.
Haneke si conferma provetto manipolatore di emozioni, sadico serafico – ultimo alfiere di una stirpe che annovera mostri sacri quali Hitchcock e Kubrick – che qui stigmatizza l’exploitation hollywoodiana.
Già variante postmoderna di Ore disperate di Wyler del ‘55 (rifatto da Michael Cimino nel ’90), Funny Games ci presenta una coppia borghese di gusto e cultura, ora interpretata da Tim Roth e Naomi Watts (straordinaria), che arriva nella casa di vacanze al lago, con l’adorabile figlioletto (Devon Gearhart, ottimo esordiente) e il golden retriever Lucky (sic!): cadranno vittime di due ragazzi biondi, in completo da tennis e guanti bianchi (Michael Pitt, alla sua prova migliore, e Brady Corbet), che ci fanno immediatamente pensare ad Arancia meccanica e alla gioventù hitleriana. “Perché fate questo?” dirà Roth, con una gamba rotta, le mani legate e il terrore negli occhi; Pitt risponde parodiando le motivazioni solitamente addotte in casi – cinematografici – analoghi: infanzia infelice, instabilità sessuale, risentimento di classe, cattiva istruzione. Ragioni nonsense, per un film simulacro, copia di un originale che riesce a farci credere mai esistito: non è poco, anzi è moltissimo. E nel discorso finale dei due sadici su materia e anti-materia, fedelmente riportato, era già tutto il senso e la necessità di questo raddoppio: Games over.

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1 Comment on "Funny Games"

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Claudio Cinti
Ospite
Funny Games (2007)(1997) Che cosa c’entrano Kubrick e Hitchcock, che cosa c’entrano gli dèi veri o presunti della storia della cinematografia (ciascuno è libero di invocare i propri). Il Salò di Pasolini è molto più “disturbante” di questo filmetto. Al The Deer Hunter di Cimino bastano un paio di brevi sequenze per apparire più orrendamente inumano (o atrocemente umano) e colpire lo spettatore come un uppercut alla mascella (l’mmagine è dello scrittore argentino Roberto Arlt, uno dei “maestri” di Borges). E potremmo continuare (a ciascuno i propri dèi). Ciò che “disturba” nel filmetto (così come in quello di cui è… Leggi il resto »
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