Quando si pensa a Funny Face ci viene in mente Audrey Hepburn nel 1957. Fred Astaire le cantava che era impossibile non innamorarsi dei suoi tratti così delicati, e Stanley Donen partiva da quelle note per dare il titolo al suo film. In Italia hanno poi tradotto quel “visetto buffo” con Cenerentola a Parigi.

Oggi per il regista Tim Sutton la funny face non è quella di una diva, ma è una maschera caduta dal cielo. E la sua forma ricorda quelle di La notte del giudizio e Joker. Non è la prima volta che, un po’ di traverso, Sutton si avvicina al mondo dell’Uomo Pipistrello. Nel suo Dark Knight al centro c’era il massacro di Aurora, in Colorado: durante la proiezione di Il cavaliere oscuro – Il ritorno, il 20 luglio 2012, un giovane aveva iniziato a sparare al pubblico. Batman era sullo sfondo, perché purtroppo la violenza della realtà superava la finzione.

In Funny Face si sentono gli echi del Joker di Todd Phillips. Coprirsi la faccia è un segno di rivolta, è il simbolo della lotta di classe. Il povero si nasconde dietro un falso sorriso per scatenare la furia e sfidare chi lo sfrutta. Ma qui Sutton non vuole raccontare la genesi di una sommossa.

Si concentra sui ritmi rarefatti, sui tempi dilatati. Il suo protagonista Saul vorrebbe essere un supereroe, però è solo un uomo rifiutato dal sistema, che condivide le giornate con una ragazza scappata di casa. Ride pochissimo, fa fatica a contenere la rabbia. Non si tratta di superpoteri, è una questione d’identità.

Saul tifa gli Knicks perché il loro nome richiama i primi abitanti di New York, mentre i Nets fingono di essere di Brooklyn, perché tutti li conoscono come New Jersey Nets. Lui, come la sua compagna di avventure, vorrebbe essere accettato. Sogna James Dean perché è il ribelle americano per eccellenza, e desidera un lieto fine dopo l’uragano, come in Gioventù bruciata.

Sutton si confronta con il sogno che si fa utopia, con l’impossibilità di uscire da un presente che opprime. Gira guardando ai fratelli Safdie e a Nicolas Winding Refn, sospeso tra le luci al neon e le sinfonie notturne alla Uncut Gems. Ma non schiaccia mai il piede sull’acceleratore: raffredda le immagini, anche se talvolta se ne innamora un po’ troppo, indugia su una New York stranamente vuota, dove persino Coney Island sembra un  deserto, un ricordo sbiadito. Mette nel mirino l’edilizia sfrenata, l’ambizione dei costruttori che puntano al proprio tornaconto.

 

Funny Face ha un suo fascino insolito, è un alieno che atterra sul Torino Film Festival per impreziosire la sezione più colorata, estrema, originale: Le stanze di Rol.