Fai bei sogni

Il pretesto è il libro autobiografico di Gramellini. Ma Bellocchio ragiona (ancora una volta) sulla mistificazione della realtà. Di un intero paese

9 Novembre 2016
3,5/5
Fai bei sogni
Fai bei sogni

C’era molta curiosità attorno al nuovo, “velocissimo” film di Marco Bellocchio. Velocissimo perché mai come questa volta arriva (l’anteprima mondiale alla Quinzaine del Festival di Cannes a maggio scorso) a così breve distanza dal precedente (Sangue del mio sangue, in concorso a Venezia nel settembre 2015), curiosità perché – come da titolo – si basa sul romanzo omonimo, e di successo, di Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, dal 1999 firma del “Buongiorno”, corsivo di ventidue righe in prima pagina a commento di uno dei fatti della giornata, nonché presenza fissa nella trasmissione di Fabio Fazio, su RaiTre, Che tempo che fa.

Che cosa può aver convinto il regista di (tra gli altri) I pugni in tasca, L’ora di religione, Buongiorno, notte, Vincere, a portare sullo schermo la storia di un uomo che, a 9 anni, perse la madre, scoprendo solamente a distanza di molti anni, ormai adulto, come morì davvero? È una domanda legittima, che accompagna la visione per l’intero corso del film che, in due ore e dieci minuti, ci racconta la vita di Massimo (Nicolò Cabras da bambino, Dario Del Pero da teenager, Valerio Mastandrea da adulto) dal 1969 ai giorni nostri. Dal rifugio in Belfagor (antieroe che in quegli anni popolava la tv di stato con la famosa miniserie arrivata dalla Francia) all’indomani della dolorosa perdita, passando per la ricerca ossessiva e adolescenziale nella Fede, finendo nel disincanto e nel distacco con cui poter affrontare un mestiere, quello del giornalista, che lo porta prima ad occuparsi di calcio e sport, poi di guerra (nel ’93, in prima linea per il conflitto dei Balcani), poi – in maniera del tutto inaspettata – a diventare “confidente” per i numerosi lettori che mandavano lettere al giornale.

È un film su un uomo mai riconciliato con se stesso e con gli altri, Fai bei sogni? Sì, naturalmente, ed è anche un film su un orfano che, per troppi anni, non ha mai saputo (o voluto capire) come e perché fosse morta l’amata madre, a soli 38 anni. Ma come sempre, nel cinema di Bellocchio, il pretesto narrativo che tiene a galla, in superficie, il racconto, serve a qualcos’altro, a qualcosa di più. Serve per farci identificare con la figura di un personaggio “addormentato” (si pensi anche a Bella addormentata, altro lavoro che partendo da una storia reale, quella di Eluana Englaro, raccontava molto di più sul nostro paese), ad un bambino che, nel sonno, viene salutato per l’ultima volta dalla mamma con ”fai bei sogni”, ad un uomo che, crescendo, nella nostalgia e nel ricordo, nella commemorazione e nella disillusione, racchiude le caratteristiche di una popolazione ipnotizzata e schiava, raggirata e vinta.

La nostalgia e la commemorazione, come quella per il Grande Torino schiantatosi sulla collina di Superga, la mistificazione (sì, anche e soprattutto quella delle immagini, come nel frammento relativo a Sarajevo, con il fotografo interpretato da Pier Giorgio Bellocchio che sposta il bambino sulla sedia intento a giocare con un videogame per frapporlo tra l’obiettivo della sua macchinetta e il cadavere insanguinato di una donna), le bugie (quelle “a fin di bene”, quelle di Stato, quelle di religione), il tramonto del (nuovo) miracolo italiano, con Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, l’alba di un altro, incredibile inganno.

Un tuffo è un tuffo, alla fine. Quello che conta è sapere per tempo se il corpo troverà l’asfalto, o l’acqua. Perché da quest’ultima è possibile riemergere, e tornare a respirare. Allora sì, forse, sarà anche possibile continuare a sognare. Liberarsi dell’inganno, prendere consapevolezza. Ritrovare quel qualcosa che si era andato a nascondere troppo bene e, insieme, nascondercisi a sua volta per provare a guardare un po’ più in là. Oltre.
Come ancora una volta il cinema di Bellocchio ci invita a fare, seppur attraverso momenti e situazioni che lì per lì possono apparire accessori, di troppo, “già visti”. E sentiti. Perché la menzogna, più di qualsiasi altra cosa, ha bisogno di ripetersi. Di sedimentarsi. Di farsi abitudine. E per aprire gli occhi, per risvegliarci, magari può bastare una telefonata nel cuore della notte. O un film (solo apparentemente) mortifero ma così tremendamente stratificato del solito, grande, regista di Bobbio.

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