Elephant

30 Giugno 2004
Elephant
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Nella quiete di un liceo di Portland, Stati Uniti, le giornate scorrono nel più normale dei modi. Gli studenti si recano a lezione, i genitori li accompagnano, gli insegnanti li attendono. La stessa quiete che in un altro stato e in un’altra simile tranquilla cittadina, un terribile mattino era stata spazzata via dal gesto folle di alcuni ragazzi che avevano trasformato la scuola di Columbine nell’arena tragica di uno dei più sanguinosi e inspiegabili fatti di sangue che abbiano mai segnato l’America. A dare una possibile spiegazione aveva provato Michael Moore con Bowling a Columbine, documentario premiato a Cannes un anno fa. Nell’edizione 2003 Elephant, altro film americano diretto da un regista da sempre fuori dagli schemi quale Gus Van Sant, ha di nuovo sondato attraverso una operazione di pura fiction le ragioni alla base di azioni così estreme da risultare insostenibili. Pesante e difficile difatti, misurarsi con il buio in grado di oscurare le menti di giovanissimi assassini. Van Sant, giustamente premiato con la Palma d’Oro, con molta intelligenza non ha scavato nei loro animi e giocato così la carta di una facile analisi psicologica, si è limitato invece a proporre il proprio asettico punto di vista chiedendo allo spettatore di condividerlo totalmente o rifiutarlo altrettanto appieno.
Macchina fissa in un eterno piano americano, lunghi piani sequenza a seguire gli allievi su e giù per i corridoi, dialoghi ridotti al minimo, sono le caratteristiche di un penetrante sguardo che si rivela spiazzante proprio nel suo catturare la mancanza totale di avvenimenti degni di nota o situazioni personali realmente esplicative di stati d’animo disturbati. La malattia dei frequentatori delle high schools è il vuoto, il loro vagabondare lo specchio dell’assenza di stimoli ricevuti dall’esterno, e questo l’occhio del regista restituisce. Professori e genitori, adolescenti dal grilletto facile e morti innocenti, sono legati da una spiazzante, tragica, definitiva, comune incapacità a colmare questi vuoti, reali o esistenziali che siano. E se il film di Moore era un esplicito atto d’accusa diretto essenzialmente verso quegli adulti che si circondano di armi o commerciano senza scrupoli pistole e proiettili, qui i grandi condividono tutti la colpa di non sapersi rapportare con le generazioni più fragili, irresponsabili nonché passivi frequentatori degli stessi spazi fisici ed emotivi di figli e studenti. Visione crudele di una società che non ha più alcun valore da salvaguardare, figuriamoci da trasmettere. La vita per questi adolescenti di cui comprensibilmente si stenta ad accettare la reale esistenza, è un labirinto fisico e mentale che conduce spesso verso l’oscurità, raramente verso la luce, come i corridoi del liceo che solo per pochi si aprono allontanando l’incubo della strage. Ma anche chi sfugge alla morte fisica deve continuare ad affrontare disagi e incertezze, nella speranza vana di una crescita che nulla promette di liberatorio.

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