E’ stato il figlio

Buona la prima di Ciprì senza Maresco: apocalisse seppiata, parlata, narrata, ma non meno terrificante in Concorso

1 Settembre 2012
4/5
E’ stato il figlio
E' stato il figlio

Nella carriera di un artista capita prima o poi il momento del dubbio. E’ l’ora in cui l’artefice mette in discussione la propria opera chiedendosi per chi è stata concepita e a cosa serva (sempre che l’arte debba servire a qualcosa). Il più delle volte accade quando all’opera di cui sopra incomincia a stare stretta la bella teca verniciata a nero dove è stata conservata, incontaminata e però inaccessibile al pubblico. Come una musica bellissima che suona muta. Non sappiamo se un simile dilemma abbia attraversato anche Ciprì e Maresco, splendido sodalizio tutto palermitano che ha dato vita negli anni ’90 a esperienze della visione uniche e mai sdoganate (Lo zio di Brooklyn, Totò che visse due volte). Sappiamo però che Maresco ha divorziato da Ciprì accusando quest’ultimo di essersi piegato a compromessi commerciali. Il risultato è che il sodalizio oggi non esiste più, Maresco ha scelto di cimentarsi esclusivamente con documentari a scarsa diffusione mentre Ciprì ha proseguito – prima come direttore della fotografia e ora come regista – sulla strada del cinema di finzione ritrovandosi in Concorso a Venezia con una (falsa) opera prima: E’ stato il figlio.
I compromessi aiutano, verrebbe da dire. Ma solo se alla parola non si attribuisce alcuna valenza negativa. Si dimentica che il compromesso può essere un’arte, quando si rivela capacità di mediazione, “l’arte di tagliare una torta – diceva Levinson – in modo tale che ciascuno creda di avere avuto la fetta più grossa”. Definizione che si confà perfettamente al lavoro di Ciprì. Tratto dal romanzo di Roberto Alajmo, E’ stato il figlio, prima ancora che bello, è un film giusto. Giusto per come riesce a traghettare il suo autore verso una fase nuova senza che questo significhi fuga in avanti e oblio del tempo che fu. Giusto per come sa mediare tra l’eredità di un’esperienza ventennale, quella con Maresco, e l’esigenza di guardare avanti, guardare soprattutto al pubblico. Orfano di Maresco il cinema di Ciprì si riscopre popolare ma non si è perciò snaturato o involgarito. Popolare è semmai l’innesto di Eduardo e Totò nella terra sulfurea e disabitata di Cinico TV. E il romanzo, seppur ampiamente trascritto e traviato, ha fornito la colonna vertebrale alla massa molliccia e bubbonica di una prassi che ha vissuto fin qui di fulminanti invenzioni e ultracorpi umani, troppo umani.
Gli eredi dello Zio e di Totò sono attori professionisti (Servillo, Castro) e non. Comunque impagabili. Sanno parlare e hanno lasciato le galline in pace. Ma la loro esistenza non è meno degradante, la loro parola altrettanto priva di senso. Siamo sempre a Palermo anche se è stata ricostruita in Puglia. Una città invisibile, tutta macerie e nuvole, dalle fondamenta che sprofondano nel fango e le colonne che non sanno salire al cielo. Una città senza orizzonte, ostruita dai palazzi, misteriosamente appiattita pure quando guarda al mare. La città della noia, abbrustolita e irrimediabilmente malsana. Ciprì coopta teatro (Scaldati) e pittura (barocca), facce del retromondo e miserie del nostro.
Apprendiamo la storia dei Ciraulo, famiglia che si arrabatta come può vendendo ferri vecchi. Poi il colpo di fortuna: una tragedia. La pallottola vagante di un regolamento di conti tra mafiosi uccide per sbaglio la più piccola del clan, Serenella. Disperazione totale. E speranza. Sì, perché lo Stato deve risarcire. Lo Stato deve pagare le vittime della mafia: denaro sonante. La prospettiva di una vita da signori li spinge a spendere e a spandere, in attesa che i soldi arrivino. Ma questi tardano e i debiti salgono e l’usura s’impenna. Quando finalmente Babbo Natale bussa alla porta, il bel gruzzolo si è assottigliato. E con quello che ne rimane comprano un Mercedes, “simbolo della miseria della ricchezza”, dice Ciprì. Segno soprattutto di un’irredimibile, apocalittica, volgarità. L’apocalisse, lo stato della bestia abbandonata dalla consolazione di Dio, un brutto giorno si è abbattuta sulla città-mondo di Palermo e il suo rettilario umano. E’ lì. I suoi effetti sotto gli occhi di tutti. Non lontana da noi. Si vive di soldi prestati (o sporchi) e navi arrugginite, saccheggiate, coricate su un fianco, incapaci tanto di rialzarsi quanto di affondare. Altre immagini eidetiche: un televisore eternamente acceso e sempre guasto, che non trasmette nulla. Una sala cinematografica trasformata in bordello: nella cabina del proiezionista dove il piccolo Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso scopriva la magia delle immagini ora si pratica la prostituzione. E poi: per i delitti dei molti hanno pagato in pochi, quelli sbagliati. Sicilia, Italia. Alla disperazione non c’è rimedio, ma solo racconto. Un eterno riavvolgimento del nastro, ritorno continuo e ineluttabile al cuore della tragedia. Di nuovo (per Ciprì regista e direttore della fotografia) c’è questa verniciatura seppia su un mondo che sotto-sotto resta bianco e nero: un modo per ricordarci che una volta eravamo vivi. L’inferno dopotutto è questo stato di eterna sospensione. E’ rivivere, daccapo, il già vissuto. Un destino al quale Ciprì stesso però sembra non volere sottostare. Il suo film lascia che il passato lo accompagni pur camminando verso il presente. E aspetta di schiantarsi nel mummificato pianeta del cinema italiano come un asteroide. Sarebbe un armageddon felice e insperato. In bocca al lupo.

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