Due volte lei

Un roditore innesca un tourbillon erotico-sentimentale. Nel film poco convincente di Dominik Moll, con Charlotte Rampling

31 Marzo 2006
Due volte lei
Lemming

Il lemming è un piccolo roditore scandinavo che si permette di aprire proditoriamente il cinquantottesimo Festival di Cannes. Una sorta di criceto dal pelo fulvo si insinua nella moderna casa dei giovani coniugi Alain e Benedicte Getty, anzi, si pone di traverso nel sifone del lavandino della cucina bloccandone il flusso dell’acqua. E se Alain, anima razionale dell’interno giorno con signora in terra francese, si barcamena ogni minuto con marchingegni di automazione domestica (si legga: inutili telecamerine che svolazzano nei bagni per individuare perdite d’acqua), e Benedicte è la classica femmina svampita tutto cucina e giardinaggio, il lemming presunto cadavere, ma che poi si rianima, non può diventare altro che l’eventuale sassolino che blocca l’oliato ingranaggio familiare. Così si sviluppa un tourbillon erotico e sessuale tra i coniugi Getty e i coniugi Pollock (lui direttore dell’azienda degli inutili marchingegni e lei femme fatale caduta in disgrazia) giocato sul filo dell’irrazionalità e della dispersione dei sensi. Sostenere che qualcuno tra i quattro ci rimetta spiritualmente o ne soffra emotivamente di questo quadriplicarsi delle combinazioni amorose, è enunciare un azzardo non da poco, rispetto alle presunte intenzioni di un Dominik Moll (quello di Harry un amico vero) che si rifà a quel ratto muschiato che appare nell’abitazione della strampalata famigliola in Sitcom, film scandalo di qualche anno fa a firma François Ozon. Ed è proprio sul versante postmoderno (e quasi postlynchiano) di una presunta messa in scena iperrealistica, dove gli incubi del protagonista si materializzano in forma di sottotrama insinuante e peregrina, che Lemming sbanda e si arena nella ricerca di una chiusura narrativa esplicativa, in un delitto salvifico che sa di posticcio. Inutile cercare barlumi di fascino nella rappresentazione decadente di vecchie glorie della recitazione d’oltralpe come André Dussollier e come Charlotte Rampling, che era ben più efficace nel canto del cigno dell’attrice in quel Sotto la sabbia (guarda caso sempre di Ozon), quando si è dalle parti di cinema del riciclaggio di idee e di spunti altrui, rimescolati alla bisogna per inaugurare un festival che non merita in apertura così tanta inconcludenza cinematografica.

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