Negli anni del voltafaccia dell’Europa dinanzi alla tragedia dei flussi migratori nel Mediterraneo e dell’Italia dei porti chiusi (ma su tale definizione la prospettiva ministeriale, come si sa, è mutevole), 10.000 stranieri presenti sul suolo italico, in un periodo di riferimento che va dalla fine del 2017 alla primavera del 2018, sono esclusi dai centri di accoglienza previsti dallo Stato e hanno serie difficoltà ad accedere ad acqua, cibo e ad altri servizi sanitari e sociali essenziali.

 

Il nuovo film di Daniele Gaglianone si concentra su quattro figure femminili: Elena, che in Valsusa assiste i migranti intenzionati ad attraversare il confine francese; Jessica, studentessa di Cosenza e attivista del centro sociale “Rialzo”; Georgia, che a Como offre aiuto ai migranti in cerca di informazioni per il disbrigo di pratiche; Lorena, una psicoterapeuta in pensione di Pordenone, che prende a cuore la vicenda di un gruppo di pakistani.

 

Quattro figure ritratte nell’impegno quotidiano, senza infingimenti e soprattutto senza retorica. Queste donne, giovani e meno giovani, diventano malgrado tutto modelli altri di coesistenza civile, di volontà di non recedere dinanzi a caos, sopraffazione e desiderio irrazionale (in cui social media e comunicazione politica hanno gravissime responsabilità) di negare l’esistenza di una bomba sociale pronta a deflagrare da un momento all’altro.

 

Per diminuire la distanza tra genere documentario e fiction, Gaglianone sceglie il formato panoramico, ma Dove bisogna stare è puro distillato di cinema del reale con tutti i suoi pregi e tutte le sue innegabili difficoltà, prima fra tutte quella di organizzare una materia narrativa brulicante entro una cornice filmica solida e coerente. Il risultato, spesso, è inevitabilmente un lavoro dal carattere episodico e dal ritmo altalenante, e nondimeno l’urgenza, se non il dovere, della testimonianza, del racconto di ciò che è giusto, possiede un’efficacia rappresentativa che va ben oltre il “consueto” sforzo documentaristico.