Dick Johnson è morto

Raccontare la fine celebrando la vita: gioco metacinematografico, documentario rocambolesco e tenerissimo, cinema del reale al servizio della fantasia. Verso gli Oscar? Su Netflix

1 Marzo 2021
4/5
Dick Johnson è morto

“Ma perché hai scelto di fare documentari e non veri film?” chiede Dick Johnson a sua figlia Kirsten, che è anche la regista dietro la telecamera. Ma in qualche modo Dick si sta rivolgendo anche a noi: che cosa stiamo vedendo? Chi stiamo vedendo? Dick è un anziano psichiatra in pensione, sorridente e benvoluto, che sta facendo i conti con i contraccolpi della demenza senile, la stessa malattia che afflisse la moglie ormai deceduta. È lei, in fondo, la protagonista occulta: la vediamo in pezzi tratti dall’archivio di famiglia, presenza assente, nelle tracce di una morte in diretta che è anzitutto dissoluzione interiore, mentre scompare a poco a poco dentro l’abisso di un corpo fragile.

Per sfidare la morte – o quantomeno beffarsi di lei – e celebrare la vita, Kirsten (acclamata autrice del doc Cameraperson, sul potere rivelatorio delle immagini) ha deciso di accompagnare suo padre verso il termine della notte piegando la testimonianza all’invenzione, instillando nel reale l’onirico, traducendo nell’allegria buffa della commedia l’orizzonte di una tragedia annunciata. Dick Johnson è morto, appunto, perché la fine è già iniziata e la morte si pretende che esista solo nella sua finzione. Johnson, infatti, mette in scena le possibili morti di suo padre: una rovinosa caduta per le scale, il chiodo di un’asse che buca la gola, un condizionatore piombato in testa, per esempio.

Incidenti rocamboleschi in cui Dick diventa un cartoon, un Mr. Magoo più candido dell’originale che si rende sfortunato protagonista di gag da comiche mute o commedie demenziali. E c’è spazio, dopo il sangue zampillante e le ossa rotte, per esplorare il post-mortem, una fuga sognante nel Paradiso in cui credono i Johnson, cristiani avventisti.

Ci piace pensare che Dick si sia prestato al progetto della figlia per amore paterno e se soprassediamo sulle possibili implicazioni relative all’effettivo consenso è soprattutto per una ragione: Dick è stato uno psichiatra, ha trascorso la vita ad ascoltare persone che riponevano in lui la fiducia di una soluzione. Ci piace pensare che, in cuor suo, Dick sia consapevole e convinto di contribuire alla costruzione del percorso terapeutico di chi si sta preparando al lutto.

È un gioco anche metacinematografico, perché Johnson non si limita a raccontare le morti del padre ma anche il lavoro che c’è dietro la loro rappresentazione, trasformando il film nel suo retroscena attraverso un dialogo costante tra l’azione e il pensiero. Perciò non si sfiora mai la trappola del cattivo gusto, anzi: è un film tenerissimo, commovente specialmente per tutto ciò che resta fuori scena. E che trova la strada nello sfumare i confini tra qui e con una grazia inaudita.

È un film su un singolo (d’altronde chi ha quei piedi così strani, povero bambino?) e al contempo naturalmente universale per come parla di tutti, a tutti. E allora siamo noi a rispondere alla domanda di Dick: è cinema del reale al servizio della fantasia, in cui ogni giorno c’è un uomo che muore e risorge per rivendicare la sua presenza nel mondo. Ogni fine è un inizio. Non è un film su chi se ne va, ma su chi e su cosa resta di chi se ne va. Acclamato dalla critica, in piena corsa per i prossimi Academy Awards.

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