Dexter: New Blood

Il ritorno dell'iconico personaggio ideato da Jeff Lindsay, dieci anni dopo l'ultima stagione. Lo showrunner Clyde Phillips riprende temi rodati ma provoca nuovi conflitti, interni e non, per condurre il racconto su un nuovo terreno: su Sky Atlantic e NOW

1 Dicembre 2021
3/5
Dexter: New Blood
Michael C. Hall in DEXTER: NEW BLOOD. Photo credit: Kurt Iswarienko/SHOWTIME
MINISERIE DISPONIBILE SU SKY ATLANTIC / NOW
(2021) – 10 episodi
IDEATORE – Clyde Phillips
CAST – Michael C. Hall(Dexter Morgan/Jim Lindsay), Jack Alcott (Harrison Morgan/Randall), Julia Jones (Angela Bishop), Johnny Sequoyah (Audrey), Alano Miller (Logan), Jennifer Carpenter (Debra Morgan)

Novantasei episodi, otto stagioni e otto anni dopo, torna la serie che avevamo tanto amato, Dexter.

Il suo protagonista è un serial killer, ematologo forense di giorno, predatore di notte. Nel 2006, in pieno boom dell’antieroe complesso, Dexter Morgan è un difficult man tormentato dalle nostre stesse ansie quotidiane ma dominato dalla sete di sangue. Come Tony Soprano ha una bestia interiore che lo divora se non divora. Questa pulsione deriva da un trauma infantile: ha assistito all’omicidio di sua madre ed è ‘affondato’ per giorni nel suo sangue. Sulla scena del crimine è soccorso dall’agente Harry Morgan che lo adotta e scopre molto presto il suo impulso. Canalizzata la sua violenza, lo autorizza a uccidere, soltanto i criminali di cui ha verificato la colpevolezza, e gli insegna un codice di condotta per non farsi mai prendere. A interpretarlo è Michael C. Hall che rende il suo personaggio sempre minaccioso e incredibilmente accattivante. Ed è subito amore.

La narrazione in voce off ci fa addirittura accedere ai suoi pensieri, alle sue pulsioni, ai suoi demoni senza sentirci troppo in colpa perché Dexter è un serial killer gentile, uccide solo i cattivi, ha un codice morale e quando degli innocenti muoiono intorno a lui non è mai (veramente?) colpa sua. Grazie all’educazione non convenzionale di Harry, appaga il suo “dark passenger” e fa giustizia a Miami. Ogni stagione ha il suo criminale, compulsivo e seriale, che per qualche ragione sfugge alla giustizia americana. Il concetto della serie, che oppone al suo eroe un nuovo avversario, ha il fiato corto e finisce con gli anni per girare a vuoto.

Dopo 4 stagioni Clyde Phillips abbandona e la serie perde progressivamente le sue qualità, orientandosi verso un racconto più consensuale e un’audience diversa da quella di partenza. La mossa paga, Dexter chiude nel 2013 con 2,8 milioni di telespettatori sintonizzati sull’ultimo episodio. Ma il personaggio è talmente involuto da desiderarne la morte, che non arriva perché Showtime, più cinica di lui, lo lascia vivere mentre tutto il suo mondo crolla e i suoi affetti spariscono tragicamente.

L’idea è quella di farlo soffrire, di piegare sotto il peso dei rimorsi una creatura afflitta da insensibilità eppure piena di dubbi, e per questo profondamente umana. Al suo esordio Dexter è un personaggio affascinante, incapace di provare la minima emozione, è lucido come la pelle di un serpente, è un animale a sangue freddo che trova un posto in società senza farne veramente parte e uccide sollevando questioni morali.

Ma a partire dalla quinta stagione, la sua addiction al crimine viene trattata come una cattiva abitudine, tanto regolare quanto banale. Peggio, il Dexter mostruoso che non riusciamo proprio a detestare, si converte nell’incarnazione massima del “farsi giustizia da soli”. Uccidere diventa la soluzione più conveniente per risolvere un problema. I personaggi secondari si convertono in caricature, i cattivi inquietanti, tutti concentrati a Miami, si esauriscono come le idee e la fede. In mancanza di pressione drammatica e di progressione, l’inerzia governa e conduce la serie verso l’epilogo, che inghiotte Dexter dentro un ultimo piano. Condannato alla solitudine eterna, l’antieroe finisce esiliato nel dolore. Almeno fino a quando dieci nuovi episodi non correggono la traiettoria di una serie che forse ha fatto il suo tempo.

Prima di approdare al presente del nostro, dislocato a Iron Lake, è bene ribadire che Dexter è stata una bella serie ma avrebbe potuto essere una grande serie se avesse continuato a esplorare con sottigliezza la materia morale (togliere la vita per punire, sostituirsi alla giustizia…). Se l’ultimo episodio fu indubbiamente una liberazione, la nostalgia è rimasta in agguato perché il primo Dexter è qualcosa che non si dimentica. Un’ossessione per i fan e per Clyde Phillips, che aveva immaginato di condannarlo per i suoi crimini all’iniezione letale. Lo showrunner riprende servizio e prova a colmare la ‘fossa’ scavata tra il personaggio e il suo pubblico.

Sono trascorsi dieci anni da quando Dexter ha simulato la sua morte e messo il figlio al sicuro altrove. Iron Lake, cittadina immaginaria nello stato di New York, è la sua occasione di ripartire da zero, di scrivere una seconda fine. Certamente più degna. Nei nuovi episodi, la stampa ne ha visti quattro su dieci, Dexter si chiama James Lindsay (il cognome è rubato suggestivamente al suo creatore letterario), è commesso navigato in un negozio di armi e coltelli ed è sentimentalmente legato ad Angela Bishop, sceriffo locale. Una vita normale che ha lasciato in Florida il ‘passeggero oscuro’ e ha eretto daccapo il primato del rituale contro il caos: sosta mattutina in pasticceria, ‘timbratura del cartellino’ al lavoro, cena con la fidanzata e poi a casa. Una ‘tacca’ rosso sangue sul calendario serve a ricordargli da quanto tempo non uccide ma per il bene della serie è sul punto di (ri)farlo.

Non appena il gradasso di turno comincia a comportarsi in maniera imprudente, Dexter ricade nelle vecchie abitudini. New Blood riprende temi rodati ma provoca nuovi conflitti, interni e non, per condurre il racconto su un nuovo terreno. A partire dal décor, decisamente differente e pensato per cambiare senso (e temperatura) all’universo della serie. La palette dei colori è cambiata come il protagonista che ‘suona’ inedite note psicologiche. Adesso è un genitore single e il padre di un adolescente sarcastico che deve proteggere e guidare come Harry ha fatto con lui. Il come back promettente di Dexter, bisogna guardarlo galoppare nella neve sulle note di Iggy Pop (“The Passenger”) per capire quanto ci è mancato, è accompagnato dal figlio Harrison e dalla sorella, l’esuberante e sguaiata Debra Morgan, morta nell’ottava stagione e tornata come coscienza guida, come un legame, un’eco, una verità scomoda per Dexter.

Ritorna per tormentarlo, forse punirlo, magari provocarlo, certamente amarlo. Come il padre prima di lei, Deb incarna la dislocazione del sé, è il sintomo di una schizofrenia e insieme una figura morale. Un altro mentore si aggiunge alla lista ma forse il nostro predatore non ha più bisogno di consigli. È un uomo diverso anche se il suo ‘passeggero’ lo obbliga sempre a disfare i bagagli e ‘apparecchiare la tavola’. Ma adesso non ha più bisogno di prelevare un campione di sangue della sua vittima come un trofeo. È un mostro, come replica la voce off, ma un mostro in evoluzione. “I am a passenger And I ride, and I ride…”.

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