Cuori puri

Periferia, verginità e intolleranza: l'opera prima di Roberto De Paolis non fa prigionieri. Alla Quinzaine, con due ottimi attori: Simone Liberati e Selene Caramazza

23 maggio 2017
3,5/5
Cuori puri

Dove l’avevamo già visto? Per esempio, in Corpo celeste di Alice Rohrwacher, ma anche in Fiore di Claudio Giovannesi, Non essere cattivo di Claudio Caligari e altrove. Ma anche così bene? No, forse no.

In cartellone alla Quinzaine des Réalisateurs del festival di Cannes, l’opera prima di Roberto De Paolis, Cuori puri, prende il titolo da una reale iniziativa di giovani e coppie che decidono di scegliere la castità fino al matrimonio, ma ancor prima inquadra – nelle parole del neoregista – “la verginità, vista come la perdita di un’illusione infantile di purezza e di perfezione: la verginità di un corpo, di un territorio che vogliono rimanere puri, senza mischiarsi con l’esterno”.

Il corpo è della cattolicissima Agnese (Selene Caramazza, brava), il territorio quel parcheggio di supermercato che il borgataro Stefano (Simone Liberati, superlativo) deve proteggere dagli zingari alla periferia di Roma (Tor Sapienza): una storia d’amore e due storie di precauzione, chi avrà la meglio? Nel cast Barbora Bobulova, Stefano Fresi e Edoardo Pesce, Cuori puri ha vita, verità e immediatezza, modelli europei dai Dardenne a Loach e Guédiguian, e un innegabile, prezioso merito: la macchina da presa non si sente mai superiore e migliore al milieu che inquadra. È un rischio sensibile quello di elevare a potenza lo stile su una realtà disadattata, povera, problematica, viceversa, qui la regia è empatica, solidale senza essere complice: stile agile, camera a mano, gli attori a guidare, l’improvvisazione per valore aggiunto da cogliere, l’immediatezza e l’imprevisto da carpire.

Con i piedi ben piantati per terra, nel nostro qui e ora: c’è la paura del diverso, di più, la concorrenza tra “l’italiano” e “lo straniero” che condividendo la stessa marginalità si fa acre, perfino disperata. Ma, forza di De Paolis e i suoi co-sceneggiatori Luca Infascelli, Carlo Salsa e Greta Scicchitano, il paradigma non ha mai la meglio sulla realtà, la carta sul territorio, l’esemplarità sulla vita.

E così si apre all’indagine e la rivelazione contro stereotipi e pregiudizi, si veda il don Luca (Fresi) filosofo e aperto, la madre di Agnese (Bobulova) contrita e violenta, lo spacciatore Lele (Pesce) genuino e coatto. Su questo piano cartesiano di indagine (ascissa) e identificazione (ordinata) troviamo buone cose, strappate a una finzione impastata e contaminata di verità: la “partita” a pallone, il sesso, le schermaglie con gli zingari. Senza tachicardia né aritmie, Cuori puri con il battito della realtà.

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