Come un uragano

Richard Gere e Diane Lane si ritrovano 6 anni dopo Unfaithful. La passione però è svanita da un pezzo

18 Dicembre 2008
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Come un uragano
Come un uragano

Sarà pure Come un uragano, ma questa reunion – la terza – tra Richard Gere e Diane Lane ha poco di travolgente. Le torbide passioni di Unfaithful (e quelle sfavillanti di Cotton Club) si placano stavolta nei languidi scenari di una piccola cittadina costiera, tra distese di sabbia, gabbiani e tramonti sul mare. Lì sorge una locanda per cuori solitari, il posto ideale per fuggire dai dispiaceri o ritrovare se stessi. L’habitat perfetto per un Richard Gere canonico: taciturno, tormentato, vagamente vulnerabile, una morte sulla coscienza e un figlio che non lo vuol più vedere. Alla locandiera Diane Lane – anche la sua situazione familiare non sprizza gioia – non sembra vero che uno così arrivi nella poco allettante stagione invernale, e a dire il vero neppure a noi. Ma tant’é. I due – complice una tempesta metereologica improvvisa – finiscono l’uno nelle braccia dell’altra. C’é tempo per una fugace ma intensa storia d’amore, e la promessa di ritrovarsi dopo aver risolto i rispettivi problemi. Ma il destino ha in serbo altri piani… Se non fosse per l’alchimia tra la Lane e Gere, Come un uragano sarebbe fasullo come un film strappalacrime per la televisione. Invece così è solo l’ennesimo melò (il quarto) tratto da un romanzo di Nicholas Sparks (Nights in Rodanthe), che mostra più pathos di quanto non ne riesca a trasmettere. Diretto dall’esordiente George C. Wolfe, resta fedele all’armamentario tematico dello scrittore – i ricordi, la morte, la seconda occasione – e alla sua sensibilità necrofila e un pò di maniera (si pensi ad altri due adattamenti cinematografici dei lavori di Sparks, Le parole che non ti ho detto e Le pagine della nostra vita). Uno schema che ricalca quello del romance più convenzionale: ripiegamento assoluto e fuori dal tempo, con lo sfondo (una realtà storica riconoscibile) riportato alla sua mera funzione decorativa. C’é da chiedersi se nell’epoca delle passioni deboli ci sia ancora un pubblico disposto a identificarsi con situazioni e personaggi così definitivi, dove gli elementi in gioco sono immani (uragani e destini) e i sentimenti travolgenti. Di certo al film non ha giovato la scarsa vena degli sceneggiatori (John Romano e Ann Peacock) nel ricreare dinamiche psicologiche sincere, e la confezione patinata che fa rimpiangere sia i furori del melò più classico che l’oltranzismo indie verso un’estetica del quotidiano.

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