Codice Genesi

Washinghton santo e samurai sulla "strada" (teocon) della salvezza: prediche e botte da orbi per un'apocalisse pop-corn

25 Febbraio 2010
2/5
Codice Genesi

Codice Genesi è quello che avrebbe dovuto essere The Road – lo sfortunato film tratto dal capolavoro di Cormac McCarthy, mai uscito da noi (ma a Berlino l’ha comprato Videa-CDE) – secondo la deontologia hollywoodiana: un’apocalisse spettacolare, imperniata su personaggi netti, populista, ricca d’azione e ammantata di sciocco spiritualismo. E se lo schema narrativo dell’uno e dell’altro è quasi sovrapponibile, al posto di Abramo e Isacco (Viggo Mortensen e il piccolo Kodi Smit-McPhee) i protagonisti stavolta sono Caino e Abele (Gary Oldman e Denzel Washington). L’immagine seppiata ci proietta subito – secondo una ormai diffusa convenzione stilistica – in un mondo oltre la sua stessa fine, popolato da carcasse metalliche e cadaveri ammucchiati, polvere e sporcizia, desertificato e fetido. Tra le sue rovine si muove Eli (facile l’accostamento all’Elia biblico), l’uomo nero Washington, occhiali da sole e zainetto in spalla, un pò Cristo, un pò samurai e un pò Bud Spencer (rivedersi l’ignavo energumeno di Altrimenti ci arrabbiamo), giusto coi buoni, implacabile con i provocatori (di cui il film dei fratelli Hughes offre un monotono campionario), indifferente al resto.
Che sia l’uomo della Provvidenza, il messo del Signore, lo si capisce subito dal modo in cui la macchina da presa lo venera, inquadrandolo dal basso verso l’alto, vorticandogli attorno, fissandolo nella ieraticità di potenti primi piani, immergendoli in totali dove l’uomo, la strada e il cielo coabitano secondo proporzioni geometriche. Di contro, il Caino della situazione Gary Oldman, Carnagie (che storpia non a caso il cognome Carnegie, ovvero l’imprenditore scozzese di fine ‘800 che ispirò il personaggio di Paperon de’ Paperoni) distinto dall’altro nel fisico – è deturpato e a un certo punto pure zoppo – e nelle maniere, reuccio di angusti spazi (il suo trono è il soprascala di un sordido saloon) e profeta di misere frontiere: la sua missione? Espandersi, allargare l’orizzonte temporale del suo potere. Il pretesto narrativo per metterli l’uno contro l’altro è un libro, l’ultima copia esistente della Bibbia, che Eli custodisce gelosamente con sè per portarla ad Ovest (la salvezza nell’ottica rozzamente teocon del film non può che essere l’Occidente), e Carnegie-Paperoni vorrebbe sottrargli per sfruttarne il potere e piegare la coscienza dei deboli.
Il dualismo fede-religione (quest’ultima intesa come istituzione) è solo di facciata, imperniato su quello non meno superficiale tra saper vedere e poter vedere, rivelato dal colpo di scena finale. A conferma di come i problemi posti sul piatto servano solo a spacciare un banale snack-movie in qualcosa di più sopraffino. Intento che se da un lato solleva più di un dubbio sull’onestà ideologica (e l’integrità teologica) dell’operazione, dall’altro (grazie anche all’appeal delle star protagoniste) costringe lo spettatore a restare sveglio. Al prezzo però di addormentare il cervello.

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