C’mon C’mon

Mike Mills "in ascolto" per decifrare le infinite sfumature del rapporto genitori-figli. Joaquin Phoenix sa essere grande anche da uomo "normale", alla Festa di Roma

21 Ottobre 2021
3,5/5
C’mon C’mon
C'mon C'mon

“Non so come sarà il futuro. Spesso però le cose accadono diversamente da come te l’eri immaginate. E allora devi fare il tifo: C’mon C’mon, C’mon C’mon…”.

Dopo Beginners (film ispirato a suo padre) e 20th Century Women (film ispirato a sua madre), Mike Mills dirige C’mon C’mon e si concentra sul delicatissimo rapporto che intercorre tra genitori e figli, tra adulti e bambini.

Sceglie un poetico bianco e nero per spostarsi in quattro grandi città americane, Detroit, Los Angeles, New York e New Orleans, seguendo Johnny (Joaquin Phoenix), giornalista radiofonico che insieme ad una collega sta portando avanti un progetto che prevede di raccogliere i contributi di vari bambini americani in merito alle incertezze sul futuro.

Mike Mills sul set di C’mon C’mon

In maniera del tutto inaspettata, però, Johnny dovrà prendersi cura del nipotino Jesse (Woody Norman), nove anni, dato che la sorella Viv (Gaby Hoffmann) deve occuparsi del padre del bambino, affetto da disturbi mentali.

Le voci dei bambini, i suoni del mondo: all’ennesima, straordinaria performance, Joaquin Phoenix (che non ha bisogno di incarnare necessariamente maschere borderline, vedi Joker, per creare quell’istantanea empatia tra personaggio e spettatore), sembra ritrovare quel malinconico mood che ne caratterizzava le mosse in Her di Spike Jonze.

Quel disincantato (per certi versi), spaventoso futuro prossimo distopico lascia invece qui spazio ad un presente che tenta di riflettere sul domani di una generazione con la quale gli adulti troppo spesso non sanno relazionarsi: il film scritto e diretto Mike Mills – passato al Festival di Telluride, ora alla Festa di Roma e dal 2022 nelle sale italiane con Notorious Pictures – ragiona allora proprio su questo, ma senza la presunzione di voler necessariamente indicare una via prestabilita.

Il rapporto tra Johnny e il piccolo Jesse vive naturalmente di alti e bassi, da una parte c’è il senso di responsabilità di un uomo che – nonostante gli impegni lavorativi – si è preso il compito di vegliare su di lui, dall’altra l’esplosività di un ragazzino dalla parlantina ininterrotta e dalla fantasia smodata.

Ma il viaggio che compiranno insieme (alla fine l’uomo lo porterà con sé a New York e New Orleans) contribuirà a far sì che si crei un legame vero: attraverso letture varie (dal Mago di Oz a Star Child di Claire A. Nivola), attraverso la nuova conoscenza del mondo – che per Jesse passa dallo sguardo su città mai visitate prima e, soprattutto, dal catturare i suoni ambientali con le apparecchiature dello zio) – attraverso la presa di coscienza che non esiste, non può esistere, un modo preconfezionato per essere (o sentirsi) un buon genitore.

Joaquin Phoenix in C’mon C’mon

Johnny cerca spesso conforto al telefono con la sorella (“Benvenuto nella mia vita!”), ogni sera registra con il suo microfono quello che è accaduto durante la giornata e al tempo stesso incomincia a sentirsi parte di qualcosa che fino a quel momento aveva l’impressione di sfiorare appena, tutte le volte che si ritrova al cospetto dei vari ragazzini per raccogliere i loro pensieri.

Perché una cosa è ascoltare, registrare, e poi venire via. Un’altra è vivere (con) la persona che ti crescerà accanto.

“Tu magari un domani non ricorderai molto di tutto questo, io farò in modo di ricordartelo”.

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