Boyhood

Il miglior film in Concorso della Berlinale? L'ultimo di Richard Linklater, girato in 11 anni, come un gabbiano in volo

13 Febbraio 2014
4/5
Boyhood
Boyhood

Giorno importante il numero otto della 64 Berlinale. Un documentario inedito sull’ex ministro della difesa americano Donald Rumsfeld, il primo Orso D’Oro consegnato, alla carriera, al grande regista inglese Ken Loach e, forse, il più bel film in concorso: Boyhood, dell’americano Richard Linklater, che a Berlino è ospite fisso (ha vinto l’Orso D’Argento nel 1995 con Prima dell’alba). Linklater arriva alle 18 al Berlinale Palast per presentare personalmente il film, accolto stamattina da un’ovazione della stampa. Ad accompagnarlo sul red carpet Patricia Arquette e il giovanissimo e sorprendente Ellar Coltrane.
Dopo la trilogia Sunrise, Sunset e Midnight, Linklater sorprende il suo publico con una storia che abbraccia più o meno dieci anni, con la camera che segue l’infanzia di Mason, l’inizio della sua adolescenza fino all’età adulta. Mentre il mondo  cambia intorno a lui.  Linklater ha girato Boyhood a intervalli regolari, per undici anni. Una specie di saga cinematografica.  La voce di Mason cambia, come le case che abita con la madre, la perfetta Patricia Arquette, e la sorella, Lorelei Linklater, figlia del regista.  Ethank Hawke, il padre biologico, resta sullo sfondo, la famiglia, anche se lontana, resiste e da calore. Al posto dei vecchi computer compaiono gli iPhone. Non si vedono più sigarette nei ristoranti e la storia continua ad espandersi come un acquarello sulla tela di Linklater. Alla fine del liceo Mason decide di voler diventare fotografo. “Chiunque può fare uno scatto che non vale niente”, gli dice il tutore. “La cosa difficile è fare arte”. Ma a volte l’arte è anche nel processo di farla. Il processo e il risultato uniti indissolubilmente, diventano tutt’uno. È allora che diventa sublime. Come la vita.
Boyhood è il miglior film del concorso di questa Berlinale. È stato messo insieme con la cura che arriva dalla necessità del cuore. Gli attori sono bravissimi, ma  la recitazione  neanche si vede.   Attraversando questo film ci si chiede se non si sia già visto, da qualche parte. Ma certo. Basta guardare nella memoria. E scorrere i ricordi.  Le famiglie che si amano e che si lasciano. Le madri che fanno la cosa giusta e quella sbagliata. I padri che amano e quelli che fanno del male, le vite che salgono e quelle che scendono. Il primo bacio, e l’ultimo addio. Tutto cambia. A volte più veloce, a volte un po’ di meno. Senza soluzione di continuità ma in moto continuo.  Un altro film visto a questa Berlinale attraverso gli occhi di un bambino e di un adolescente. Una sceneggiatura lunga una decade. Non temeva  Linklater  di non riuscire a finire? “Ho scritto di anno in anno, ma l’idea era chiara dall’inizio. Seguire una vita che cresce fino a che diventa adulta. I dettagli non sono stati costruiti, ma sono cambiati realmente nel corso degli anni. Come il secondo piano della casa”. Boyhood ci mostra un gabbiano in volo. E ci ricorda di quando la vita la vedevamo dal cielo.

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